Diplomati magistrale, politica chiuda la questione. Lettera

Lettera

La vicenda è assai nota perché io la possa ripercorrere dopo che fiumi di “parole” sono state scritte in merito a tale tragica e pur comica vicenda.

Ma cos’hanno questi diplomati magistrali da essere considerati così indegni anche dai novelli colleghi laureati in Scienze della Formazione primaria?

Ma andiamo con ordine:

Il termine Maestro risale al latino magister che deriva, come magistrus (chissà se i laureati in SFP lo sanno!) da magis ossia “di più” e che nel significato originario rimanda a “capo”, “comandante”.

Per i romani, ad esempio, tra i maestri di scuola c’era chi insegnava l’abc, chi insegnava la grammatica e chi la retorica. Ma fermiamoci al maestro di abc o anche primis magister o meglio ancora “ludi magister” da ludus che significa “gioco” da intendersi, in questo caso, come esercizio di soldati nell’apprendere l’uso delle armi attraverso il Ludus (chissà se i laureati in SFP lo sanno!). Il ludus era riservato ai figli maschi della popolazione privilegiata e le ragazze erano escluse perché venivano formate solo come domestiche.

Il salario del maestro abc era – non diversamente da ora – ignobile perché avevano una scarsa considerazione sociale.

E in conclusione dunque: scarsa considerazione sociale, scarsa retribuzione, scarsa preparazione didattica. (Sembra la concezione della storia di nicciana memoria).

Certo ripercorrere, storicamente, il ruolo del maestro elementare sarebbe ahimè utile – ma qui non è la sede – per i nostri giudici, per i nostri politici e per i novelli laureati in SFP.

Diremo solo che dall’800 in poi e fino alla riforma Gentile del 1923 compito del maestro fu quello di combattere l’analfabetismo per favorire il passaggio dalla cultura orale alla cultura scritta; tuttavia per fare il maestro occorreva semplicemente saper leggere a voce alta e scrivere e, per le classi superiori invece la conoscenza della grammatica italiana e le quattro operazioni (si vada a vedere la Legge Lanza del 1858 e poi la la più famosa Legge Casati del 13 Novembre 1859).

Insomma per fare i maestri e le maestre bisognava avere almeno 18 anni di età per i maschietti e 17 anni per le “signorine” e potevano anche non avere la “patente” rilasciata dalla curia e dalla scuola Normale ma l’importante era che dimostrassero una non specificata “idoneità”; in sostanza dovevano superare un esame composto da una composizione scritta, un colloquio sulle conoscenze delle regole della grammatica italiana e sulle operazioni di aritmetica.
(Chissà se i laureati in SFP lo sanno!)

Questi “maestri”, che avevano un risicato “diploma”, diedero basi solidissime a dei premi Nobel e a delle eccellenze in tutti i campi dello scibile umano: Camillo Golgi (1843 – 1926), Giosuè Carducci (1835 – 1907), Ernesto Teodoro Moneta (1833 – 1918), Guglielmo Marconi (1874 – 1937), Grazia Deledda (1871 -1936), Luigi Pirandello (1867 – 1936), Enrico Fermi (1901 – 1954), Daniel Bovet (1907 – 1992).

Potrei continuare ma mi fermo nel constatare che se da un lato la “questione”della competenza dei diplomati magistrali è certamente indispensabile, dall’altro la laurea in Scienze della Formazione Primaria è altrettanto restrittiva e assai riduttiva perché molto settoriale.

Sta bene che il legislatore istituì con il DPR 471/96 la laurea in SFP e che pose dei paletti ai diplomati magistrali, considerando solo quelli che avevano raggiunto il diploma prima del 2001 e 2002 e non altri perché obbligava ad una preparazione più qualitativa; nel fare ciò, adesso non si tiene conto di un fatto straordinariamente oggettivo ossia: tra i molti diplomati magistrali tanti – anzi tantissimi – sono laureati chi in Filosofia, chi in Lettere, chi in Storia, chi in Giurisprudenza, chi in Scienze Politiche, chi ha conseguito un titolo il presso i Conservatori di musica, chi nelle Accademie delle Belle Arti ecc…

Come si fa a dire che sono incompetenti? Non hanno forse una pari dignità considerato che comunque hanno una preparazione che proviene dall’avere un diploma magistrale e che soprattutto hanno anche una notevole esperienza sul campo, a contatto con i bambini e con i genitori, con l’organizzazione scolastica, con la miriade di adempienze non solo di tipo didattico ma anche burocratico? Ma soprattutto si trascura la passione all’insegnamento e alla completa appartenenza alla scuola che sentono propria.

Che facciamo li buttiamo alle ortiche caro Ministro e cari giudici azzeccagarbugli?

Chissà se i laureati in SFP lo sanno

Non sempre un grande pedagogista è stato un buon pedagogista per i suoi figli e Rousseau ne è un classico esempio.

Ludwig Wittgenstein (chissà se i laureati in SFP lo conoscono!) – che fu uno dei fondatori della Logica contemporanea e, considerato da alcuni uno dei massimi pensatori del XX secolo – certamente non era un pedagogista, ma un ingegnere e un filosofo, insegnò in una scuola elementare di un piccolo paese austriaco maturando i suoi “giochi linguistici” a cui non mi permetto di spiegare ai laureati in SFP.

Alexander Sutherland Neill, scozzese, padre della “pedagogia della libertà” era un diplomato magistrale con una laurea in Agraria (notizia che se sapesse farebbe arrossire un certo Libero Tassella che ha da poco scritto un articolo rancoroso sulle vostre pagine).

Che dire di Anton Semenovyc Makarenko, uno dei fondatori della pedagogia sovietica, semplice diplomato magistrale che ha dato un contributo importante alla pedagogia di ispirazione marxista.

Tralascio Maria Tecla Artemisia Montessori laureata in medicina e poi di Pestalozzi laureato credo in giurisprudenza.

Mi fermo qui ma potrei ancora continuare.

La parola alla politica ma pare che ancora una volta sia propensa a continuare in questa scellerata scelta di non scegliere e risolvere il problema. Stessa cosa i giudici che presi come sono a dar voce solo al “formalismo” senz’anima delle leggi hanno perso qualsiasi contatto con la realtà e con la ingarbugliata quotidianità dei poveri e colti diplomati magistrali.

Salviamo i diplomati, anche quelli che una laurea ce l’hanno, e risolviamo la questione con un atto politico di grande responsabilità. Si metta mano definitivamente ad un sistema di reclutamento che tenga conto dell’anzianità e dell’esperienza maturata sul campo con dei concorsi che chiuda definitivamente una questione che indegnamente ci trasciniamo ormai da molto tempo e che non fa onore alla scuola, non fa onore alla politica, non fa onore ai nostri tribunali, non fa onore ai laureati in SFP (impegnati in una guerra tra poveri) e non fa onore all’Italia!

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