Dare centralità all’alunno, basta poco. Lettera

Lettera

Le innumerevoli discussioni che costellano il dibattito politico intorno al mondo dell’istruzione vertono spesso sul tema del cambiamento, come se negli ultimi anni non vi siano state significative riforme: basti pensare che dal 2000 (con la riforma Berlinguer) ad oggi la politica ha cercato di dare risposte che, seppur discutibili, sono state un tentativo di rinnovamento e
cambiamento. Anzi, ad uno sguardo più distaccato, l’impressione generale è che si assista ad una sorta di “ammuina”, parola napoletana che generalmente significa “confusione”, ma il cui autentico significato va colto in relazione alla famosa espressione “facite ammuina”, presunto
ordine con cui un ufficiale della Regia Marina Italiana esortava l’equipaggio, in caso di ispezione di un superiore, a fare una gran confusione per dare l’impressione di essere sempre indaffarato ed efficiente. Ebbene: spesso una riforma, nel corso di qualche anno, è fiancheggiata da una ulteriore
riforma che, come spesso accade, va a cambiare o a modificare ciò che già è stato cambiato o modificato. Una gran confusione.

Gli esempi, come la riduzione delle ore di alternanza scuola- lavoro e il nuovo sistema di reclutamento degli insegnanti, sono numerosi. Il cambiamento, dunque, non è un’aspettativa, quanto una costante che ricorre anche con una certa frequenza nella dialettica politica. Ne deriva una gran confusione, anche perché il “nuovo” non sempre è indice di miglioramento e rinnovamento; come insegna il Principe di Salina, «senza vento l’aria sarebbe uno stagno putrido, ma anche le ventate risanatrici trascinano con sé tante porcherie».

Orbene: se da una parte il dibattito, che spesso si consuma con like, emoticon e slogan, è sempre più variopinto (e a volte anche grottesco), dall’altra parte si “inflaziona” il tema stesso del cambiamento con la conseguente conclusione che, forse, non tutto ciò che è nuovo va be e fa
bene alla scuola.

Non sono un pedagogista, né un politico né un insegnante esperto e vissuto. Non intendo, quindi, partecipare alla schiera di coloro che propongono possibili soluzioni. Il panorama generale, tuttavia, mi fa riflettere: ci si lamenta per l’eccessiva burocrazia, per le scarse condizioni degli
edifici scolastici, per gli stipendi bassi degli insegnanti e per il loro scarso prestigio sociale.

A rendere ancora più fosca la situazione, inoltre, contribuiscono i dati OCSE sulla scuola italiana…e da qui riparte, a mo’ di ritornello annuale, l’ormai nota dialettica sulle prove INVALSI. A controbilanciare questo pesante piatto di tristi lamentele ci pensa la politica: riforme e controriforme.

Certamente i problemi non mancano, ma talvolta ho l’impressione che per
affrontare una semplice influenza si provi piacere ad andare, a sirene spiegate, al pronto soccorso. Eppure basta poco: solo qualche giorno di riposo e, al massimo, un antidolorifico e tachipirina.

Forse anche alla nostra scuola, pensandoci, manca poco per renderla migliore, anche senza l’aiutino di quel Ministro o di quel Governo, come se fosse un deus ex machina. Forse, per esempio, basta un po’ di buon senso per capire che la soluzione per numerosi problemi non va trovata “fuori” le mura scolastiche, ma “dentro”, e consiste nel dare centralità, più tempo e più spazio alla dimensione umana dell’alunno.

Quante volte, finite le lezioni, sento dentro di me un senso di insoddisfazione per non aver scambiato due parole con quell’alunno in particolare, per capire in profondità la causa di una insufficienza o le ragioni del suo malessere.

Quante volte durante i consigli di classe il tempo scorre inesorabilmente per la trattazione di svariati punti all’ordine del giorno, che spesso sono estranei ad una approfondita, serena e non frettolosa analisi degli studenti, caso per caso. Il tempo scorre, bisogna procedere. I miei dubbi su alcuni alunni rimangono. Ma il tempo scorre e la fretta nasconde i dubbi, le incertezze, le paure.

Eppure la vita della scuola scorre tra riforme, proposte, innovazioni e slogan, con l’assurda convinzione che migliorando, abbellendo il “contenitore” della scuola, si arrivi a migliorare il “contenuto”. Questione di prospettive: io preferisco parlare del contenuto, dell’alunno, della sua
realtà che lo circonda. Basta poco.

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Fonte Orizzonte Scuola

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