Cyberbullismo, se ne parla di più ma nelle scuole i referenti lavorano gratuitamente, prima o dopo le lezioni

Cyberbullismo, la L. 71/17

Cyberbullismo, due anni fa è stata approvata la legge 71/17, grazie alla tenacia di Elena Ferrara, senatrice nel 2013 e professoressa della quattordicenne Carolina Picchio vittima del cyberbashing (finta violenza operata dai compagni, filmata e postata nel Web). Risultato: la ragazzina si è suicidata.

Chiaro l’obiettivo della legge   “ contrastare il fenomeno del cyberbullismo in tutte le sue manifestazioni, con azioni a carattere preventivo e con una strategia di attenzione, tutela ed educazione nei confronti dei minori coinvolti, sia nella posizione di vittime sia in quella di responsabili di illeciti, assicurando l’attuazione degli interventi senza distinzione di età nell’ambito delle istituzioni scolastiche”.

Se ne parla di più. E questo è un bene, ma…

Sicuramente la Legge 71/17 ha favorito una maggiore consapevolezza del fenomeno e quindi la graduale fuoriuscita dall’ingrottamento, promuovendo molti dibattiti e discussioni che nei talk show non sono mai riusciti ad andare oltre i facili slogan e i luoghi comuni.  Questo purtroppo era prevedibile! Discorso diverso per le pubblicazioni e gli articoli che però, hanno mantenuto quella natura di nicchia, dove l’approfondimento ha coinvolto solo una piccola platea di esperti o soggetti coinvolti istituzionalmente nel fenomeno (referenti cyberbullismo).

Di altro tenore è l’intervento sul territorio. In un’intervista pubblicata sul portale “Generazioni connesse” (29/07/2019) E. Ferrara ha dichiarato:” apprendiamo da Generazioni connesse che per il 2019 ha previsto di coinvolgere oltre 191.000 adulti (genitori, docenti ed altri professionisti dell’infanzia) oltre 610.000 bambini/e e ragazzi/e. A questi dati fa eco il risultato esorbitante della Campagna Una vita da social della Polizia Postale che ormai conta oltre 1.700.000 studenti, 180.000 genitori, 100.000 docenti, 15.000 istituti scolastici e 250 città.

Niente da eccepire su queste iniziative. In molti casi, però si sono limitate a un’informazione generica sul fenomeno. Non sempre hanno rappresentato un momento propedeutico a un progetto rivolto ai ragazzi che scendesse in profondità, generando, conoscenze, capacità e competenze adeguate a contrastare il fenomeno. Dove il contrasto al cyberbullismo è divenuto progetto ha favorito la presenza dei peer educator (ragazzi opportunamente formati che fanno da tutor ai propri pari) la produzione di corti, la realizzazione di sportelli di ascolto…

Il referente per il contrasto al cyberbullismo

Le scuole quindi non potevano rimanere escluse. Era evidente che l’età dell’utenza (alunni e studenti) doveva comportare un loro coinvolgimento diretto. Questo è avvenuto con l’obbligo per ogni istituto di  nominare   un  referente per il contrasto al fenomeno (art.4, comma 3) e  di elaborare un Regolamento per definire scelte, comportamenti vietati e le relative sanzioni (art.5, comma 2).

L’azione del referente è stata finalizzata  “a coordinare le iniziative di prevenzione e di contrasto del cyberbullismo, anche avvalendosi della collaborazione delle Forze di polizia nonche’ delle associazioni e dei centri di aggregazione giovanile presenti sul territorio.” Inizialmente qualcuno aveva inteso questo compito assimilabile a quella del poliziotto  con implicazioni civili e penali nuove. Poi tutto è stato chiarito! Il referente per il contrasto deve limitarsi a fare da filtro tra i ragazzi e la Dirigenza. Quindi nulla di più rispetto al profilo giuridico del docente. Lo scorso anno l’azione del referente è stata supportata dall’apertura della Piattaforma E.L.I.S.A con la proposizione di diversi e adeguati contenuti. Purtroppo all’offerta formativa hanno risposto solo 4020 degli istituti scolastici pari al 47,2% del totale (Elena Ferrara 2019).
E questo sicuramente è un segnale preoccupante che rimanda ad alcune criticità che caratterizza l’azione del referente per il contrasto al fenomeno.

Mi riferisco alla mancanza di coraggio della legge 71/17 che ha preferito non intervenire sugli aspetti organizzativi ed economici. In altri termini, quasi sempre il referente è stato costretto a svolgere i suoi compiti gratuitamente, prima o dopo le lezioni in classe ed elemosinando i permessi orari.

Si è ripetuto lo scenario dell’Animatore digitale (PNSD), dove il semiesonero e il riconoscimento economico hanno rappresentato delle variabili dipendenti dalla sensibilità del Dirigente Scolastico e in genere della comunità scolastica.  Una decisione centrale finalizzata a stabilire un semiesonero e un adeguato compenso economico avrebbe evitato le inevitabili disparità tra gli istituti.

Purtroppo esistono anche delle criticità

La legge 71/17 è stata approvata in tempi relativamente rapidi. L’escamotage è stato quello di declinare il cyberbullismo con le forme di reato già previsti dal codice (molestia, minaccia, atti persecutori, diffamazione aggravata, trattamento illecito di dati…).

Non si comprende, però la scelta di escludere il bullismo fisico. La vicenda di C. Picchio insegna che spesso il suddetto fenomeno è propedeutico al cyberbullismo.

Ultimo rilievo sul quale riflettere è il basso numero di reclami (100) presentati al Garante della privacy per la rimozione di dati offensivi presenti nei social, nelle chat. Ancora meno numerosi gli ammonimenti, previsti dall’art.7 della legge. Probabilmente i dati sono fortemente correlati alla bassa percentuale dei ragazzi (30%) che conosce la legge 71/17 (Safer Internet Day 2018) e quindi i suoi diritti.

Altro si potrebbe aggiungere, ma come si può evincere da queste riflessioni la forza della legge risiede nella sua capacità di diventare l’aria che respiriamo. Solo così può esplicare i suoi effetti positivi. Quindi il cammino è ancora lungo, anche se molto è stato realizzato (bicchiere mezzo pieno).

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Fonte Orizzonte Scuola

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