Curare con l’omeopatia è un diritto, ma almeno sappia cosa sta facendo

La tragica morte di un bambino curato omeopaticamente per una otite lascia sgomenti: perché un medico propone una terapia vecchia di due secoli e perché i genitori la accettano? Capire i principi della teoria omeopatica è forse il modo migliore per difendersene. Non è facile spiegare in un post di una pagina una teoria articolata come l’omeopatia, alla quale ho dedicato un libro (La Costruzione dell’Omeopatia, ed. Mondadori Università), ma poiché un post su un sito di grande diffusione è di più facile lettura e di maggior diffusione di un libro, vale la pena di tentare.

L’omeopatia fu codificata da Samuel Hahnemann, un medico tedesco nato nel 1755 e morto nel 1843. L’opera fondamentale di Hahnemann è l’Organon, un libro diviso in 294 paragrafi numerati che in questa esposizione citerò per numero; il lettore può utilizzare il link riportato sopra per verificare la correttezza della citazione. Hahnemann aveva concepito una versione peculiare del vitalismo, teoria corrente nel XVIII secolo, secondo la quale i viventi possiedono (o sono animati da) specifiche e caratteristiche forze vitali. Hahnemann riteneva che le malattie fossero perturbazioni della forza vitale e che non avessero basi materiali (Organon, 11, 31). La cura delle malattie, secondo Hahnemann, passa attraverso la sostituzione della malattia naturale con una artificiale causata da un farmaco che produce sintomi simili (Organon, 26, 282). Una volta che il medico omeopata ha sostituito la malattia naturale con quella causata dal farmaco, è sufficiente interrompere la somministrazione di quest’ultimo per ottenere la completa guarigione (Organon, 29), un processo che ho definito “malattia terapeutica”. Il farmaco omeopatico è un veleno il cui scopo è causare la malattia terapeutica (Organon, 63, 64), e l’omeopata deve provarlo su se stesso per registrare i sintomi da esso causati e di conseguenza stabilirne le indicazioni terapeutiche. La ragione per la quale il farmaco causa la malattia terapeutica è che possiede una forza, analoga alla forza vitale e capace di perturbare quest’ultima; la diluizione del farmaco ha lo scopo di eliminare la parte materiale e liberare la forza curativa: “Questa dose minima può contenere quindi solo quasi unicamente forza curativa pura, isolata, immateriale” (Organon VI ed., 11, nota a piè di pagina).

Le ipotesi di Hahnemann nascevano in gran parte astruse e obsolete e divennero impresentabili nello spazio di qualche decennio: le forze vitali molto semplicemente non esistono. Gli omeopati furono costretti a rielaborare (e forse neppure capivano più) la teoria originale e utilizzarono una ipotesi secondaria di Hahnemann, formulata nel Trattato sui Miasmi cronici: che i sintomi della malattia siano tentativi di guarigione dell’organismo, e che il farmaco che causa sintomi simili a quelli della malattia, anziché causare la malattia terapeutica, serva a stimolare tentativi di guarigione spontanea sempre più efficaci. L’idea era meno obsoleta ma più strampalata di quella originale: implica infatti che le convulsioni siano tentativi dell’organismo di arrestare una emorragia cerebrale o che la caduta dei denti nel corso dello scorbuto sia un tentativo dell’organismo di sintetizzare la vitamina C. Hahnemann stesso aveva riconosciuto che non tutti i sintomi hanno significato o ruolo difensivo e capacità di indurre la guarigione. Ciò che gli omeopati cercavano di salvare era l’ipotesi che il farmaco causi sintomi e curi la malattia che causa sintomi simili, ma il prezzo del salvataggio era la rinuncia alla coerenza logica originale della teoria Hahnemanniana. Quanto alle diluizioni omeopatiche, rinnegata l’ipotesi vitalistica queste rimanevano prive di giustificazione ma evidentemente era diventato difficile fare un passo indietro e abbandonarle del tutto: rimasero lì.

Nessuno può impedire a un cittadino italiano di curare le proprie malattie come meglio crede: se uno vuole affidarsi alla malattia terapeutica per ristabilire l’equilibrio delle sue forze vitali gli è lecito farlo. Ma almeno sappia cosa sta facendo; e tenga presente che imporre questa scelta a un minore può comportare una responsabilità penale, della quale può essere necessario rendere conto in tribunale.

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Andrea Bellelli

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