Concorso Dirigenti Scolastici: prove ancora non visualizzabili, niente punteggi, niente trasparenza. Lettera

Colpisce, in particolare, la sacra tempistica con cui il Ministero continua ad officiare il rito immutabile della procedura concorsuale, scandita da tempi infallibili e stranamente accelerati.

L’intenzione dichiarata è quella di chiudere il corso-concorso giusto in tempo per l’avvio del nuovo anno scolastico, giacché le male-reggenze non appaiono più tollerabili nella nostra buona o mala scuola.

Ma la ruota del sacro destino ministeriale gira implacabile, e per quanti intoppi o vizi di forma il sacro rito conosca (vedi la pioggia di ricorsi che sta già inondando le aule dei tribunali), questi nuovi dirigenti che hanno superato la fatidica prova preselettiva o, in certi casi, non l’hanno neppure superata se non per via ricorsuale (i famosi 60 punti della sufficienza che non erano previsti ope legis); questi futuri dirigenti che hanno valicato le impervie catene di una prova scritta che, a detta di molti di essi, non era stata nemmeno completata in tutti e cinque i quesiti (il che renderebbe matematicamente impossibile il raggiungimento della sospirata soglia minima dei 70 punti); questi dirigenti dovranno finalmente occupare gli alti scranni vacanti delle scuole italiane come le chiocce il proprio nido.

E poco importa se da più parti, prima sommesse poi via via più decise, si levano voci dissonanti in cui risuona qualche timido accento d’obiezione o una domanda fin qui caduta nel vuoto.

Perché, ad un certo punto, poco importa essere stati trombati ad un concorso pubblico quando pensi in tutta certezza di avere studiato più che abbastanza o di aver maturato esperienze decennali sul campo e di avere infine svolto un buon compito scritto, una consapevolezza che ti porti dentro da quel dì di ottobre e che hai rafforzato giorno dopo giorno ripensando alla prova, confrontandoti con i colleghi, anche con quelli, sciagurati, che pur dichiarando candidamente di non aver fatto bene, oggi si trovano in corsa.

No, non fa più tanto male la delusione o l’amarezza di essere stati fatti fuori con un gioco di codici incrociati e computeristiche fantasmagorie: si può vincere o perdere nelle dure prove della vita, e questa lezione noi ogni giorno la facciamo in classe, ai nostri alunni che guardano e chiedono, e ogni giorno la ripetiamo in casa, ai nostri figli che guardano e chiedono anche di più.

Nossignori, più di tutto colpisce questo silenzio, questo voler chiudere occhi e orecchi a negare un principio ostinato di realtà: così ci appare scandalosamente inaccettabile un concorso in cui, accanto al nome dei vincitori allo scritto, non figura alcun punteggio, gli elaborati rimangono invisibili, nessuna griglia di valutazione, nessun verbale delle commissioni, niente che si veda, niente che lasci traccia.

Questa assoluta mancanza di trasparenza è la cifra più perspicua di un concorso in cui mai avremmo voluto imbarcarci.

A queste condizioni, s’intende. Come se agli alunni che rimangono indietro o che, a nostro giudizio, hanno fatto male un compito, noi negassimo la possibilità di conoscere quel nostro giudizio, di rivedere quello che hanno scritto e riesaminare gli eventuali errori.

Come se quel nostro verdetto, assumendo il sapore di una definitiva condanna, si sottraesse per sua stessa intrinseca natura ad ogni obbligo di trasparenza e quindi non avesse bisogno di alcuna giustificazione.

Come se, in quel sottile gioco di cui consiste la democrazia, non costituisse più obbligo rispondere pubblicamente delle proprie scelte e dei propri atti.

Ma al Miur, per quanto adusi a scrivere in tanti anni mirabolanti riforme, questa volta devono pensarla diversamente.

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