Centocinquanta minuti per decidere se sarai un buon Dirigente Scolastico. Lettera

Centocinquanta, la gallina canta, tu lasciala cantare, la voglio maritare…”.

Centocinquanta minuti e non un decimo di secondo di più, per dare fondo a tutto il bagaglio di conoscenze e di esperienze portato con sé alla bisogna, in nome di una formidabile capacità di sintesi e di concentrazione, a prova di nervi e di refusi. Affiorano, sinistri e maldestri, dal mare bianco dei fogli allungati sul video come sudari, nel tremolare acrobatico di polpastrelli che saltabeccano su incerte e malferme tastiere.

Piove, governo ladro, ma non siamo in Finlandia, in Norvegia o in Olanda. L’aria autunnale è greve di aliti e di fiati, di respiri umidi e irregolari, di occhi sgranati e sguardi spiritati. I colleghi sardi sono rimasti a casa, fortuna boia, ad aspettare che la buriana passi e quelli del Continente aprano la pista, cavie al massacro, vitelli al mattatoio.

No, non è eticamente corretto cambiare le regole del gioco a gioco cominciato. No, non lo è, a maggior ragione, se è lo Stato in persona – redivivo Leviatano – a trasgredire quelle da lui stesso impartite, nero su bianco, a caratteri di fuoco.

Piove, governo ladro, ma tanti restano: centocinquanta minuti, bere o affogare, sebbene a Bolzano ne siano stati concessi novanta in aggiunta. Bastano, sono – dopotutto – due ore e mezza, per concentrare lì, sull’orlo di quei bianchi oceani solcati da anonime parole – carcasse di cadaveri alla deriva – anni di studio e di preparazione.

Spremi, spremi le meningi, impavido professorino, in fondo, l’esercizio è semplice, è del tutto simile a quello con cui massaggi il pancino ogni mattina. Dopotutto – quanto la fai lunga – quale differenza vuoi che faccia dal tuo regale sfintere il tuo bel cervellino? Non avresti mica la faccia tanto tosta, da paragonarti a un aspirante magistrato, a uno dei tuoi studenti?

Cosa vuoi che siano i tuoi cinque quesiti, a confronto di un saggio di diritto penale, di un’analisi testuale all’esame di maturità?

Povero, vanesio professorino, così innamorato di sé e delle sue piccine considerazioni, da solleticare l’euforia di un custode di vespasiani, la vanagloria di un guardiano notturno di rosse lanterne e infuocati falò.
Punti di vista, certo, a seconda del pre-giudizio, da cui il comune senso dell’ Esser-ci e dello stare-al- mondo si lascia orientare.

Centocinquanta, la gallina canta, tu lasciala cantare, la voglio maritare…”.

Raccolte di leggi sfogliate a una a una, pagine strappate via senza ragione, lavacri di cervelli, anime violentate, teste come gherigli svuotati prima dell’esecuzione e secondini frustrati e rabbiosi, piantonati alle spalle, quasi fossi stato condannato a vivere – impavido professorino – con la morte sulla noce del collo.

Centocinquanta minuti, per mettere in scena la macabra parodia di una farsa, per toccare con mano il senso di un’umiliazione gratuitamente inflitta, per dimostrare che anche l’Italia, lontana dall’Europa, è – al contrario – dentro l’Europa.

Una corsa matta e disperata contro il tempo, ostaggio dell’ultimo tiranno, in ordine di apparizione: sua maestà il computer, con la sua legge inesorabile. Le mani tremano, le tempie pulsano, la mente è risucchiata da quel ticchettio infernale, che preannuncia soltanto l’approssimarsi di un’epifania: quello di un algoritmo infingardo o di un Destino malizioso, tessuto in laboratorio.

E, intanto, la clessidra capovolta lascia correre beffarda i suoi granelli diafani. Ne correranno a migliaia, certo, attraverso l’orifizio stretto dell’imbuto, prima che la banda rossa svanisca dall’orizzonte visivo.

Fratello, ricordati che devi morire”, ma è tutto ciò che ti avanza, per mostrare ai tuoi giudici che saprai essere un provetto Mandrake, il giorno in cui varcherai la soglia della scuola con la tua aria nuova, tronfia e impettita, da dirigente. Tu sì, prestigiatore in erba, che avrai la soluzione sempre pronta da estrarre dal cilindro. E a tutti coloro che saranno sempre lì, pronti a chiedere o a pretendere cosa, ecco la risposta giusta, precotta come i quattro salti da ripassare in padella o il bigliettino da ripescare nella stagnola stropicciata dei tuoi effimeri baci di cioccolata.

Eccolo, il Dirigente scolastico di ultima generazione. Epigono dell’autonomia e delle sue metamorfosi, è oggi un leader visionario e, insieme, un manager: in lizza con caporali di vecchia data, sceriffi a prova di scuole alla buona e risorti samurai di un rinato medioevo.

Eh, no, eh. È ligio al Verbo della soluzione precotta il nuovo Dirigente scolastico, quella che sa rispondere e non sa risolvere, quella che sa, sfidando l’arbitrio, centellinare l’eccesso e dosare l’abuso, potente dell’impotenza mediocre di un corpo docente defatigato e per lo più mobbizzato, finito dietro la cattedra, come barricato in trincea, al sicuro dai suoi studenti e persino dai suoi insegnamenti.

Evviva l’inclusione che esclude, evviva la trasparenza amministrativa, che rende plumbeo e opaco ogni retroscena. La legge – si sa – prescrive, comanda, ordina, restando muta, convitato di pietra imbavagliato e impietrito dentro la scuola: quella che pretende di saper formare, de-formando, educare dis-educando, insegnare, disimparando – intanto – il senso del vivere civile e in comunità, attraverso l’unica pratica che osa mettere in pratica.

Cicero pro domo sua. Chissà, se a qualcuno dei componenti delle quarantotto commissioni, insediatesi intanto nell’etereo Olimpo, per soprintendere i lavori di cernita e di mietitura e degnamente fronteggiare la fiumana di candidati al Pulitzer del migliore tra gli aspiranti Ds, sia – buontempone – passato per la mente di mettersi in gioco, cimentandosi, magari, proprio nello svolgimento dell’ultimo, fantasmagorico quizzone, con la clessidra rovesciata.

Che orrenda fine toccò al povero fra’ – con l’apostrofo e non con l’accento – Girolamo Savonarola, sfidato dai confratelli poveri dell’ordine dei Minori a camminare scalzo sui carboni ardenti.

E intanto che il verdetto ha già raggiunto i candidati, obnubilando quelli affossati e osannando i superstiti, in attesa di dare l’ultima prova – quella di saper agguantare e tracannare anche l’osso, dopo la polpa – ben otto sono stati i decreti di avvicendamento dei commissari, artefici delle garbate epurazioni: repentini, frettolosi congedi, benché annunciati senza squille di tromba, a causa di non ben esplicitate dimissioni.

È quanto meno poco elegante – si converrà – alzarsi da tavola e lasciare la compagnia nel bel mezzo del simposio gaudente. Giovanni della Casa, ahinoi, di certo avrebbe scosso il capo, celiando…
Con profonda gratitudine

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