Bocciare nella scuola dell’obbligo ha senso ed è necessario per formare realmente i cittadini. Lettera

Anch’io sono un docente di scuola secondaria di primo grado, e guarda un po’, ancora una volta noi e la pedagogia la vediamo in modi molto diversi. Innanzitutto, a nessun professore piace l’idea di bocciare, o “fermare” come si preferisce oggi per addolcire la pillola, sia perché vediamo questi ragazzini crescere e ce ne dispiace umanamente, sia perché purtroppo la politica degli ultimi vent’anni ha sdoganato l’intrusione non necessaria delle famiglie nel percorso formativo con tutte le conseguenze del caso: intrusione nella didattica, lamentele sull’operato di docenti e presidenza, insulti e atti violenti gratuiti che anni fa erano impensabili e infine richieste fuori da ogni orizzonte logico, come ad esempio anticipare gli orali perché la famiglia ha trovato un’occasione per le vacanze e dovrebbe partire prima, oppure pretendere il 10 e lode in uscita della figlia perché secondo loro lo merita, etc etc etc.

Questa intrusione, perché tale è, ha portato anche di conseguenza ai tanti ricorsi e accessi agli atti che mettono alla forca i poveri professori. Sì, poveri. Perché noi, al di là della disciplina che ci compete, insegniamo ai ragazzi anche a vivere in un gruppo sociale, a comportarsi tra pari e con gli adulti; gli educhiamo alla pacifica convivenza, al rispetto delle regole e cerchiamo di aiutarli a trovare un metodo di studio, una passione, un interesse che vada molto più in là del loro orizzonte socio-culturale fatto di videogiochi spersonalizzanti, smartphone imperanti e musica trap. Cerchiamo di dare a questi ragazzi il valore aggiunto della vita: il sapere, la conoscenza, l’autonomia, l’autosufficienza, e ancor più, ispirar loro l’autodeterminazione. Nonostante questo difficile compito sociale siamo bistrattati dalla politica che dal post-Berlinguer ha regolarmente affranto la scuola, distruggendola mattone dopo mattone in nome di un livellamento verso il basso molto inquietante. Non solo: siamo maltrattati dalle famiglie – io nello specifico ancora no, anzi tutto il contrario, ma la cronaca mi impone di sentirmi parte degli offesi – che soffrendo una condizione di crisi sociale, economica, educativa e quant’altro, si rivalgono sui docenti perché dopotutto rappresentano lo Stato. Basta vedere la fotografia dell’Italia post-4 marzo e vediamo un’Italia cafona e cialtrona che fa di muscoli, tatuaggi, selfie e insulti social l’estetica aberrante del nuovo italiano medio. Chissà come si sarebbero divertiti Gassmann e Tognazzi e Sordi a rappresentare questi “mostri”.

Questi “mostri”, cari pedagogisti, scienziati, premi Nobel, sono anche genitori che hanno perso o non hanno mai avuto la vocazione educativa etica e rigorosa dei nostri padri e antenati (comprese bacchette e tiratine di orecchio). I loro figli sono iperprotetti, ipertutelati e iperviziati. Ragazzi incapaci di leggere, scrivere, fare di conto, disegnare impugnando bene le matite o attrezzi come squadre e compassi (cosa fanno alla primaria?); ragazzi così sfasati dai videogiochi che non sanno organizzare il loro lavoro, il banco, lo zainetto; ragazzi che non capiscono le domande, che non reagiscono a stimoli semplici e incapaci di comunicare se non attraverso emoticons; ragazzi scoordinati a livello motorio; ragazzi che appartengono a quel 42% di italiani rilevati da Eurydice incapaci di “usare in modo efficiente le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni della vita quotidiana”; ragazzi dall’orizzonte culturale molto limitato – alla loro età, io che sono classe ‘78, sapevo molte più cose di loro, ero molto più curioso e sveglio di loro. Oggi, molti ragazzi vanno ai colloqui di lavoro accompagnati da mamma e papà. Dai racconti che sento, i genitori si occupano pure di telefonare sul posto di lavoro per comunicare al datore che il figlio rinuncia alla collaborazione per questo e per quell’altro motivo. I famosi bamboccioni di padoana memoria, sono oggi una realtà.

Perché? Semplice, perché anche chi avrebbe dovuto avere un’educazione ferrea e una bocciatura esemplare dato che non era ancora pronto al futuro è stato invece condonato e portato avanti. E qui entro nello specifico dello scambio di lettere tra il prof. Cittadini Bellini e il dott. Novara. Il professore dice la verità: ci troviamo a promuovere alunni sprovvisti del minimo senso del dovere o che sbeffeggiano con il loro comportamento oppositivo e offensivo l’istituzione scolastica tutta, compresi i compagni. Noi docenti, come dicevo prima, educhiamo i ragazzi anche alla cittadinanza attiva, rispolverando regole e comportamenti etici oggi ormai persi – guardiamo i nostri ministri per esempio. E il prof. Cittadini Bellini ha ragione anche quando parla della “scuola media” come un periodo formativo di poco senso per com’è strutturata oggi. Mentre il dott. Novara e come lui tanti altri pedagogisti che vogliono dare sempre e solo ragione alle famiglie, immagino per quieto vivere, ipotizzano una scuola priva di bocciature, soprattutto quella dell’obbligo, il che è pure un paradosso, ma ci arrivo dopo. Secondo i luminari dell’educazione gli alunni dovrebbero sbagliare liberamente, essere completamente ignari e all’oscuro delle basi culturali per vivere nel mondo di tutti i giorni (dati Eurydice poco fa citati). Novara parla della bocciatura come “pratica inerziale che non ha fondamento pedagogico” – mentre invece ha fondo pedagogico aizzare i genitori contro la scuola che ha bocciato il figlio?; parla di “analizzare gli errori senza punire”, di “valutare i progressi non le mancanze” e chiosa con un pensiero inquietante sul futuro della nostra società invitando a non bocciare perché avrebbe effetti depressivi e mortificanti, perché i preadolescenti sono fragili. Caro dott. Novara, ma lei sa che più la vita è dura e più insegna a stare al mondo? Ma a parte questo, sa che questi alunni depressi e mortificati sono tali non per colpa della scuola che tenta in tutti i modi di svegliarli e riportarli alla realtà, bensì a causa di genitori che li proteggono sempre, anche davanti a un illecito? Genitori che li riempiono di soldi a 13 anni, forse per prestigio sociale o per ripagare un vuoto della propria esistenza o più semplicemente perché incapaci di educare e quindi si relazionano con l’unico mezzo che la società di oggi ci propone: il pure scambio economico, la monetizzazione a tutti i costi.

Se gli alunni sono stressati, depressi, mortificati e apatici non è colpa della scuola, ma delle famiglie che pretendono alte prestazioni dai figli quando non riescono; famiglie che umiliano il figlio volendolo a tutti i costi DSA e dispensandolo da ogni fatica, che invece lo farebbe crescere sano e forte. Genitori disfunzionali o assenti che abbandonano il minore a se stesso, davanti ai videogiochi, pieno di soldi in tasca, accontentato in tutto e abituato al condono e all’indulgenza. Tant’è che appena a scuola arrivano le insufficienze, i richiami, le note o le sospensioni, gli alunni sì che si deprimono e si mortificano o addirittura sbroccano, proprio perché non sono stati educati alla vita vera, fatta anche di sconfitte, fatta di fatica e sacrificio. Bocciare è più che giusto davanti ad una situazione drammatica, non certo quelle tre o quattro materie insufficienti, proprio perché si fa il bene del ragazzo, per educarlo. Inoltre, caro dott. Novara, la scuola pubblica dell’obbligo è la scuola dello Stato, è lo Stato che ci incarica a noi professori di formare i cittadini di domani e se nel percorso formativo obbligatorio questi traguardi non vengono raggiunti è sacrosanto dovere e diritto fermare l’alunno. Ecco perché è paradossale non concepire la bocciatura nella scuola dell’obbligo, perché è proprio qui che dobbiamo formare i ragazzi, mentre alle superiori, scuole che loro stessi hanno deciso in autonomia di frequentare e dal cui percorso può dipendere l’immediato futuro lavorativo o accademico, non credo sia necessaria la bocciatura: se il ragazzo è maturo avrà fatto tesoro dell’insegnamento, se invece non avrà studiato e si sarà comportato incivilmente non raggiungendo il voto o il punteggio necessario per trovare un lavoro decente o iscriversi all’Università, saranno affari suoi. Bocciare nella scuola dell’obbligo ha senso ed è necessario per formare realmente i cittadini, ma alle superiori si può evitare proprio perché i ragazzi vanno responsabilizzati e devono capire che non possono sbagliare liberamente senza pagarne le conseguenze.

Ora mi intrometto per articolare velocemente quella che dovrebbe essere una vera riforma della scuola della Repubblica Italiana, una riforma strutturale. Ovvero:

– ai 6 anni di età un anno ponte tra materna e primaria.

– 6 anni di scuola primaria tra i 7 e i 12 di età, divisi in tre bienni dove è prevista la bocciatura da biennio a biennio e in uscita, oltre che a una sessione di esami di fine primaria. Molti psicologi affermano che l’ansia e la patologie da stress e nervoso nascono nei più giovani proprio perché ineducati ad appuntamenti importanti come gli esami. Il percorso della primaria deve essere centrato sulle basi del vivere: leggere, scrivere, fare di conto, disegnare, muoversi (nel gioco e nello sport), con l’introduzione delle varie educazioni (musica, arte, tecnologia, ed. civica, stradale, ambientale, alimentare, etc.) che poi ritroveranno nel percorso della secondaria.

– 4 anni di scuola secondaria con uscita ai 16 anni di età. Divisa in due bienni: il primo modulato come le attuali scuole medie, il secondo modulato su un monte ore aumentato (esempio: 3 ore di inglese nel primo biennio; 4 o meglio ancora 5 ore nel secondo biennio), più esami di fine scuola secondaria. Compiuto l’obbligo scolastico e avendo una formazione solida di base e identica a tutti gli alunni italiani, l’alunno può scegliere se andare a lavorare o continuare gli studi.

– 3/4 anni di scuola di istruzione superiore, strutturata su un triennio di sola specializzazione, trampolino di lancio per lo studio universitario o percorso professionale per l’inserimento nel mondo del lavoro. Compresi i licei che struttureranno la loro proposta formativa su tre o quattro anni in piena autonomia.

– 5 anni di università obbligatori, al termine dei quali si può conseguire la specializzazione con altri 2 anni universitari e dottorati con ulteriori 2 anni. In questi anni universitari devono necessariamente diventare obbligatori studi come le didattiche, le lingue straniere e il diritto.

Ovviamente sono idee ragionate ma non certo argomentate come sarebbe necessario. Se sarete così gentili da pubblicare la mia lettera vi ringrazio di cuore e vi auguro buon lavoro.

Daniele Novara (pedagogista): bocciare non serve, scuola è comunità di apprendimento

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