Bimbi non più intelligenti di quelli di 30 anni fa. Didattica non sempre adeguata. Lo psicoterapeuta

Il commento è riportato sul sito dell’agenzia Dire, nella newsletter di psicologia. Il suo ragionamento parte da questa considerazione: “Un ragazzo su tre in Italia non comprende quello che legge e molti di più hanno difficoltà nella lettura pur comprendendo. Restiamo perplessi che c’è voluto l’Invalsi per ufficializzare una situazione che in questi ultimi 20 anni è andata sempre più peggiorando: in Emilia Romagna hanno dichiarato che l’6% dei bambini sono dislessici“.

In buona sostanza, lo psicoterapeuta mette in discussione alcuni luoghi comuni. A suo avviso non sarebbe affatto vero che i docenti, in passato, non sarebbero stati in grado di riconoscere un disturbo dell’apprendimento; d’altra parte si tratta di quella classe di insegnanti considerata il fiore all’occhiello della scuola italiana.

Secondo Castelbianco è infatti vero che ci fossero meno casi di Dsa. E non sarebbe neanche vero il fatto che i bambini di ora siano più intelligenti di quelli di 30 anni fa. Ciò che porta a questa affermazione è un effetto dell’abilità iconica dei nativi digitali. “L’unica intelligenza in più è quella iconica – spiega lo psicoterapeuta – in grado di agire sul telefonino e sul web“.

Il fatto che in una classe si trovino fino a 9 alunni con certificazione Dsa, secondo lo psicoterapeuta dipende dal fatto che in “una società che cambia deve modificare anche l’insegnamento, le modalità pedagogiche e didattiche. Di fronte all’incapacità di operare questo cambiamento, abbiamo aperto la scuola al mondo sanitario che ha deresponsabilizzato noi adulti, genitori, docenti ed esperti, per indicare il bambino come portatore di un problema. È stato un modo per delegare la responsabilità ai bambini, un leitmotiv inaccettabile“.

Lo psicoterapeuta ribadisce il fatto che le abilità delle nuove generazioni sono di natura percettivo-pratica, ma non si tratta di intelligenza di pensiero. La vera crescita della persona è data, invece, dalla capacità di approfondire teoricamente. Se i ragazzi non leggono è difficile che possano sviluppare un costrutto teorico che li induca a sviluppare un loro pensiero profondo, divergente, che sappia soffermarsi su nozioni più complesse.

Federico Bianchi di Castelbianco conclude il suo ragionamento soffermandosi sul fatto che il bambino per apprendere deve essere motivato. Uno scarso apprendimento non è in automatico sintomo di Dsa. “I bambini ansiosi e ansiosissimi -spiega lo psicoterapeuta – vivono dei blocchi di fronte agli apprendimenti, anche della semplice lettura. Negli adulti li chiamiamo attacchi di panico, nei bambini sono dei blocchi – chiarisce lo psicologo – il risultato è lo stesso, entrambi non riescono ad andare avanti. Da una parte abbiamo bambini che riescono a scrivere molto bene ma non sanno rispondere verbalmente all’interrogazione, e dall’altra bambini che rispondono verbalmente ma poi lasciano il foglio in bianco. Non possiamo indicare per i primi un disturbo del linguaggio e per i secondi un disturbo della scrittura. Faremmo ancora una volta lo stesso errore. La valutazione deve essere globale, non sintomatica, ne’ settoriale. Deve esserci un’anamnesi della storia del bambino, va rivisto l’aspetto pedagogico e, infine– conclude- noi esperti del mondo sanitario dovremmo essere più cauti, attenti e limitati nella vera funzione sanitaria, senza sostituirci al mondo pedagogico“.

Leggi anche:

DSA, il disturbo più diffuso è la dislessia. Analisi dati Miur 2017/18

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