Aumenti stipendiali. Anief: bisogna arrivare ad almeno 200 euro e prevedere il pre-pensionamento a 60 anni

le due disposizioni sono state approvate dalla Commissione Cultura del Senato all’interno delle modifiche che a Palazzo Madama si stanno apportando alla Legge di Bilancio, il disegno di legge n. 2960, come riferito dalla relatrice di maggioranza, la sen. Francesca Puglisi, a seguito delle osservazioni poste da alcuni senatori.

Anief, che su questi argomenti ha presentato una serie di emendamenti allo stesso ddl 2960, assorbiti nel 54.021 e nel 54.024, plaude all’’iniziativa della VII Commissione del Senato, ricordando che i maestri della scuola dell’infanzia rimangono gli unici a non essere stati contemplati nel piano straordinario della riforma Renzi-Giannini e nemmeno nel “potenziamento” che ne è conseguito. Tanto è vero che oggi sono il raggruppamento di gran lunga più numeroso delle Graduatorie ad esaurimento. E che la manovra di fine anno, pertanto, rimane l’ultima opportunità per non chiudere la legislatura con questa “macchia”.

Allo stesso modo, entro l’inizio della prossima settimana, quando il testo del ddl arriverà in Aula, i senatori devono assolutamente trovare le risorse per assegnare, dopo quasi un decennio di blocco stipendiale, degli aumenti attraverso i quali coprire almeno l’inflazione che nell’ultimo periodo ha sovrastato le buste paga di tutti i pubblici dipendenti: un incremento equo corrisponde, infatti, a oltre 3mila euro complessivi di arretrati e 200 dal 1° gennaio 2018. Invece, ad oggi, tra arretrati e incrementi a regime, da prevedere solo dal 1° gennaio prossimo, le cifre stanziate per il rinnovo contrattuale sono davvero ridicole: si tratta 18 euro lordi per il biennio 2016-2017 e 85 euro nel 2018. Questo significa che, senza integrazioni finanziarie nella Legge di Bilancio, ogni lavoratore del pubblico impiego in media avrà perso 3.461 euro.

Per dimostrarlo, basta andare a vedere cosa dice la legge 203/2008, prima del suo blocco operato dalla legge 122/2010 e reiterato dalle leggi 147/2013 e 190/2014: ovvero che, in attesa del reperimento delle risorse per la firma di un contratto, ad ogni dipendente pubblico deve essere erogato un aumento mensile pari al 50% dell’inflazione annuale programmata, così da permettere di coprire il restante 50% nelle successive leggi di stabilità. Ora, se si considerano le risorse stanziate per il rinnovo del contratto – 1 miliardo in più rispetto a quello preventivato – ammontano a 300 milioni di euro per il 2016, 900 milioni di euro per il 2017 e 2 miliardi e 850 milioni di euro per il 2018, da dividere per 2.709.745 dipendenti pubblici con uno stipendio medio di 31.749 euro annui al netto dell’assegno di indennità di vacanza contrattuale (IVC), bloccato dal 2008 al 2018; gli aumenti che ne derivano sono questi. Ecco perché, al netto dei ricorsi e delle diffide per sbloccare l’indicizzazione dell’IVC, la firma di questo contratto farebbe perdere 3.461 euro lordi a dipendente, 50 euro al mese dal 2018.

Pertanto, approvare aumenti veri, non minimali, è doveroso. Secondo gli ultimi dati Ocse a confronto, l’Italia è l’Unico Paese dell’area che nel periodo 2005-2014 ha fatto perdere ai suoi docenti il 7%. Nello stesso decennio, in Finlandia le buste paga di chi fa formazione pubblica sono cresciute di 6 punti percentuali, in Norvegia del 9%, in Germania del 10%, in Irlanda del 13%.

“Tutto questo – spiega Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief e segretario confederale Cisal – significa che le indicazioni espresse dalla Commissione Cultura di Palazzo Madama, sugli aumenti stipendiali a tutto il corpo insegnante italiano, devono necessariamente tradursi in uno stanziamento effettivo di risorse. Non si può pensare di raggiungere la media degli stipendi assegnati nell’Unione Europea, con quelle residue previste dalle passate e della prossima Legge di Bilancio. Ecco perché Anief continua ad invitare il personale della scuola a inviare la diffida per sbloccare l’indicizzazione dell’indennità di vacanza contrattuale e ancorarla al 50% dell’inflazione programmata. Ogni lavoratore si gioca 135 euro in più dal nuovo anno e 2.817 euro di arretrati”.

“Inoltre, sempre i nostri governanti devono assolutamente inglobare il lavoro che si svolge a scuola, anche del personale Ata, tra quelli usuranti. Non è possibile che lascino il lavoro a 66 anni e 7 mesi, dal 2019 probabilmente a 67 anni e in futuro quasi a 70. Questa è una condizione che va posta al tavolo delle trattative sulla partita delle pensioni, in corso in questi giorni. I dati internazionali ci dicono che già oggi sono la categoria più vecchia del mondo. Con l’esasperazione dei parametri di accesso alla pensione, il gap potrà solo peggiorare. Prendiamo l’esempio della Francia, dove ancora oggi si lascia l’insegnamento a 60 anni: del resto la professione – conclude Pacifico – rientra già in quelle logoranti, come confermato dallo lo studio decennale ‘Getsemani Burnout e patologia psichiatrica negli insegnanti’”.

Uno degli autori di quello studio, Vittorio Lodolo D’Oria, proprio oggi scrive su Orizzonte Scuola: “Sono oramai trascorsi 25 anni da quando mi imbattei per la prima volta nei problemi di salute degli insegnanti, la categoria più numerosa della Pubblica Amministrazione ma anche la più femminilizzata (83%), la peggio retribuita della UE, la più vituperata, la più anziana e la meno tutelata dal punto di vista della salute professionale”. E “nessuna attenzione” viene riservata verso la categoria “da istituzioni e maestranze a un fenomeno sociale di tale portata”.

“Per la prossima legislatura non si dovranno varare riforme ma ci si dovrà dedicare a ricostruire la professionalità dei docenti nel prestigio, nella retribuzione, nella previdenza e soprattutto nella salute. Dal ’68 a oggi abbiamo trasformato il magis-ter in minus-ter seppellendolo di stereotipi. Dopo mezzo secolo di denigrazioni e angherie non possiamo che ripartire da zero, dedicando un intero lustro a ricostruire sulle macerie della scuola”, conclude il medico esperto di “stress lavoro correlato” dei docenti.

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