Assunzioni precari con procedure semplificate sanerebbe un’ingiustizia! Lettera

Lettera

Quando si parla di procedure semplificate per l’assunzione di precari con anni di esperienza alle spalle viene brandita come una clava la parola “sanatoria”, termine che rimanda ai procedimenti attraverso i quali i furbetti che hanno fatto qualcosa di illegittimo la passano liscia.

Precisiamo: l’unica “furbata” fatta da noi precari storici è stata quella di lavorare per anni in condizioni al limite dell’assurdo; abbiamo garantito ai nostri alunni la possibilità di fare lezione, pur costretti a cambiare scuola nel corso dell’anno, a temere fino a Natale l’arrivo degli “aventi diritto” (leggasi “di altri precari a loro volta sostituiti da altri precari”…), ad assumerci le nostre responsabilità in uno stato di perenne incertezza. Penso che la stabilizzazione dei precari storici della scuola rappresenterebbe una “sanatoria” nell’accezione più nobile del termine: sanerebbe l’ingiustizia di chi si ritrova da anni a svolgere il proprio lavoro nella più avvilente precarietà lavorativa e, conseguentemente, esistenziale;sanerebbe inoltre un vulnus legale: non si contano più i casi in cui l’Europa ( penso, tra l’altro, alla sentenza del maggio 2019 della Corte di giustizia europea e alle procedure di infrazione per ricorso reiterato alla tipologia del contratto a termine) ha chiesto all’Italia di adottare un piano straordinario di assunzioni.

Chiunque abbia messo piede in una scuola anche per un breve periodo sa quanto è fantasiosa la narrazione di una scuola vista come un pianeta a compartimenti stagni, divisa tra insegnanti di ruolo, precari in gae, precari di terza fascia ecc. Sfido chiunque ad ispezionare una scuola qualunque e a distinguere, osservando ruoli e competenze, l’insegnante di ruolo da quello con contratto a tempo determinato. Una volta avrebbe aiutato il dato anagrafico, di questi tempi non è raro imbattersi in precari alle soglie della pensione . Ognuno di noi a scuola porta se stesso, il suo bagaglio culturale ed esperienzale, la propria personalità ed il proprio vissuto, a prescindere dal proprio inquadramento contrattuale.

Veniamo al punto dolente, quello della valutazione. Volete “sapere chi sono questi supplenti che ambiscono al ruolo”(cit.)? Sono d’accordo! Venite nelle scuole in cui lavoriamo e valutate il nostro lavoro, ma non ignorate il fatto che in classe ci entriamo da anni, che della scuola conosciamo i meccanismi più profondi, il quadro normativo di riferimento, le dinamiche interne ed esterne alla classe; chi le scrive quest’anno ricopre, e non per la prima volta, il ruolo di coordinatore di classe e la funzione strumentale dell’area inclusione, l’anno scorso ha accompagnato agli esami una classe che aveva seguito per l’intero triennio, è stato referente di vari progetti e si è assunto la responsabilità di accompagnare varie classi in “gita” per più giorni. Egregio ministro, tenendo conto dei miei tanti anni di carriera da “supplente”, cosa ritiene sia più utile e ragionevole valutare: la qualità del lavoro che svolgo da anni a scuola o la qualità di un elaborato in cui mi si chiede di disquisire sulla distinzione tra “langue” e “parole” nella visione di Ferdinand De Sausurre? La domanda è chiaramente retorica, e la risposta la conoscono tutti, anche coloro i quali si atteggiano a fautori della meritocrazia e fingono di ignorare che, per offrire agli alunni un’offerta formativa adeguata, è necessario innanzitutto garantire loro la continuità didattica!

Sarà lei il ministro finalmente capace di mettere fine alla piaga del precariato scolastico? Ai posteri l’ardua sentenza…di una cosa però sono quasi certo: non si può chiudere l’era della supplentite senza riconoscere il valore dell’esperienza, della dedizione e della DIGNITA’ dei tanti lavoratori che di quel sistema sono stati vittime: quei “supplenti” che, cito anche nel finale la sua felice osservazione, da anni tengono in piedi la scuola italiana .

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