Assunzioni docenti: si valorizza più il servizio che la preparazione

Dalla pubblicazione dell’ultimo rapporto, molto si è scritto; le due autrici, però, propongono una chiave di lettura ulteriore. A loro avviso, il problema parte già dal criterio con cui vengono composte le classi. Dunque, se nel Sud un diplomato su tre non capisce un testo in italiano di media complessità anche i presidi potrebbero avere delle responsabilità. Fregonara e Riva le individuano nel metodo, vecchio di 50 anni e mai modificato, che vuole le sezioni formate secondo le classi economiche: “i figli dei notai in A, con gli insegnanti migliori, quelli dei commercianti nella B che è una via di mezzo, gli altri in C, coi prof meno preparati”.

A riprova della loro teoria, citano anche l’esempio del Nord. Lì, le classi sono miste e i risultati sono migliori. Il sistema lombardo parte alle elementari con qualche difficoltà dovuta anche alla presenza di molti stranieri, ma poi riesce a portare tutti gli studenti sopra la media nazionale. E rilanciano la citazione della presidente dell’Invalsi, Anna Maria Ajello: “nelle realtà difficili bisognerebbe mandare gli insegnanti migliori” che tentano di correggere ampliando il concetto al fatto che “basterebbe applicare un sistema di formazione e selezione che la legge prevede ma la pratica disattende“.

Ma quello della formazione delle classi non è l’unica colpa. Le due autrici sciorinano tutta una serie di riforme e innovazioni nel sistema scolastico per il reclutamento dei docenti, tanto da rendere impossibile trovare negli ultimi venti anni “due percorsi di ingresso uguali”. Dalla obbligatorietà della laurea (con tutto ciò che ha comportato per i diplomati magistrale ante 2002) fino all’ultimo modo per ottenere l’abilitazione, si è giunti al paradosso che “dalle medie in su scarseggiano gli aspiranti prof, specie in matematica, italiano, sostegno: lo scorso anno non si è riusciti a trovare neanche la metà dei 57 mila insegnanti da assumere. E a settembre sarà peggio“.

Se l’arco di osservazione si estende di altri 10 anni, la situazione si aggrava ancora di più. “Negli ultimi trent’anni i concorsi, quelli veri e non le sanatorie mascherate – denunciano le due autrici dell’articolo – si contano sulle dita di una mano: uno nel 1990, un altro nel 1999, poi il mini concorso Profumo del 2012, il pasticcio del concorso 2016 riservato agli abilitati e infine i due pseudo concorsi senza bocciati banditi nel 2018 da Fedeli (per i prof) e da Bussetti (per le maestre)“.

L’attenzione del sistema scolastico si è concentrata molto sui percorsi formativi dei docenti che, complice i problemi di finanza pubblica – come sostiene Giuliano Fonderigo, professore di Diritto amministrativo alla Luiss – “hanno creato periodici blocchi di assunzioni che poi hanno portato a stabilizzazioni in cui si è valorizzato di più il servizio prestato che la preparazione“. Tutto il contrario di quanto avviene in alcuni paesi come in Finlandia e Germania dove invece si investe sulla selezione iniziale, per non parlare di Singapore dove invece si punta sulla formazione continua.

Fregonara e Riva evidenziano come l’Italia sia ammalata di supplentite tentata di guarire nel 2014 con la loro stabilizzazione in blocco e che invece ha prodotto “un esercito di nuovi supplenti: gli assunti non erano quelli di cui c’era bisogno e su 55 mila nuovi prof, quelli di matematica alle medie furono in tutto solo nove“.

Si arriva così alla gestione Bussetti, ricordando le sue dichiarazioni in autunno: “Ci vogliono procedure certe — aveva detto il Ministro in autunno — un concorso secco cui anche i neo laureati potranno partecipare. Chi vince entra in ruolo“. Eppure, ricordano Fregonara e Riva, del concorso imminente per i 17 mila maestri non c’è ancora notizia, mentre quello per 48 mila prof è slittato a fine anno. “E comunque – scrivono nel loro articolo – i posti per i neo laureati si sono dimezzati per far spazio all’ennesimo concorso facilitato per precari più o meno storici (bastano tre anni di insegnamento) ai quali, se non dovessero passare, sarà comunque concessa una tornata di abilitazioni con i Pas“.

Non meno amara è la conclusione dell’articolo, dove il dito è puntato ancora contro l’iniziativa del ministro dell’Istruzione in carica con cui il percorso di formazione iniziale di tre anni previsto dalla Buona scuola è sostituito dai crediti formativi (“una manciata”) in  discipline didattiche e psico-pedagogiche da aggiungere alla laurea per accedere ai concorsi ordinari. E ricordano quanto ha fatto notare Giorgio Bolondi, docente di didattica della matematica all’università di Bolzano: “Ma un conto è sapere la matematica, altro saperla insegnare: 24 crediti sono davvero troppo pochi, tanto più se li puoi fare anche per via telematica. Semmai, se il problema è di non andare troppo per le lunghe, si potrebbero usare già i due anni della laurea specialistica per formare i futuri insegnanti. A Bologna ci avevamo provato, ma il progetto si arenò per l’ostilità dei colleghi degli altri corsi che temevano di perdere studenti“.

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Fonte Orizzonte Scuola

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