APEI: pericolosi screening precoci di DSA a 5 anni. Lettera aperta

APEI, l’Associazione Pedagogisti ed Educatori Italiani più rappresentativa della categoria, difende la libertà di insegnamento e la ricerca pedagogica per il successo formativo, non solo scolastico,  di tutti e di ciascuno, nella scuola.

Chi può valutare il processo di insegnamento-apprendimento non possono certo essere strutture o funzionari estranei al mondo dell’educazione, ma pedagogisti di provata esperienza e capacità professionale.

Un sondaggio APEI sulla correttezza dell’agire pedagogico-didattico della  prof.ssa Dell’aria, effettuato tra i professionisti dell’educazione di tutta Italia rivela, al 100% , la correttezza deontologica della professoressa quando afferma:  «Il mio modus operandi è cercare che i ragazzi si formino un pensiero libero, critico, che siano attenti ai fatti della realtà e che imparino a ragionare e a pensare. Che si formino delle opinioni».

 A questo si aggiunge la recente proposta di modifica della legge 170/2010 a firma di Tiziana Drago che contiene, a  parere di APEI, diversi punti critici perchè anziché affrontare le difficoltà oggettive di questi bambini,  le sposta in ambito clinico-psicologico senza fornire ai docenti e alla scuola i mezzi pedagogico-didattici utili per affrontare queste diversità neuropedagogiche nelle  modalità e nei tempi di apprendimento ( e non le improbabili  diversità genetiche o neurobiologiche)

Noi pedagogisti educatori ed insegnanti di APEI sperimentiamo, ogni giorno, il miglioramento delle abilità di base in  bambini con difficoltà di apprendimento della lettura della scrittura, anche in età avanzate  – qualora tali difficoltà non siano considerate dai docenti dei disturbi ma dei diritti- bisogni educativi per tutti per ciascuno, non rispettati e non soddisfatti a suo tempo.

Infatti anche a livello della scuola secondaria di 1° grado studenti segnalati fin dalla classe seconda della scuola primaria  come “dislessici” hanno dimostrato recuperi importanti delle capacità di lettura  e scrittura grazie alla passione pedagogica di insegnanti che non si sono fatti colonizzare dall’ottica psicologica del disturbo, ma hanno rimotivato e creduto nelle capacità plastiche del cervello di questi studenti.

Questo dimostra la pericolosità del fermare il processo di apprendimento con la logica della dispensa contenuta nella 170 addirittura alla primaria.

Con tale disegno di legge ora si vorrebbe inasprire ed iniziare questo processo di segnalazione nell’infanzia, all’età di 5 anni una cosa che riteniamo assurda e pericolosissima per il benessere delle future generazioni.

Per noi, esperti dell’educazione, è dunque possibile modificare le difficoltà attraverso un lavoro didattico  specifico e mirato che tuttavia a scuola non avviene sempre o, se avviene , viene fatto per un tempo troppo breve e con le stesse metodologie rivelatisi fallimentari nelle attività didattiche  del mattino.  A volte occorrono tempi di allenamento assai più lunghi, anche mesi perchè occorre dare il giusto tempo ai piccoli per crescere, un tempo che la scuola difficilmente è in grado di dare, inoltre devono essere modificate le metodologie degli insegnanti per il cui cambiamento è necessaria però la presenza di insegnanti, educatori e pedagogisti di qualificata esperienza

La proposta di legge in oggetto vorrebbe anticipare gli screening precoci all’età di 5 anni, senza che questi bambini abbiano mai sperimentato l’apprendimento della lettura e della scrittura, ma vogliamo scherzare?

Occorre tener presente che, individuando tanto precocemente possibili “cattivi lettori o scrittori”, bisogna poi essere in grado di fornire delle risposte adeguate a questa sanitarizzazione del processo di insegnamento-apprendimento, come? Chi? Certamente il servizio sanitario nazionale non sarà in grado di rispondere a tutte le richieste, ma  batterie di psicologi disoccupati sono già pronti anche attraverso loro studi e strutture private. Si vuole forse orientare ai privati?

Per questo, individuare segnali di difficoltà in ambito della lettura e della  scrittura all’età di 5 anni,  senza nessuna esposizione a processi di apprendimento di queste abilità di base, ci sembra  funzionale alla medicalizzazione, già eccessiva,  dei nostri bambini.

Come ormai dimostrato in questi anni  i soli strumenti compensativi e dispensati non sono sufficienti ad aiutare un bambino in difficoltà, mentre un cambiamento di strategie metodologiche pedagogico-didattiche produce cambiamenti efficaci nel funzionamento mentale del bambino.

Dal nostro punto di vista pedagogico è ormai assodato che la manifestazione della difficoltà di lettura o scrittura  deriva da un’interazione con l’ambiente educativo-culturale, da ricercare soprattutto all’interno del processo di insegnamento-apprendimento, per cui anziché spendere tante energie e soldi in diagnosi precoci di “DSA”, pensiamo ad una prevenzione precoce di tali difficoltà modificando l’ambiente educativo e didattico in cui i bambini apprendono, modificando  le modalità che si utilizzano per insegnare.

Inoltre ci sono esperti che affermano che, se intervenendo in modo appropriato si raggiunge un miglioramento, non si può parlare di DS A e che è pericoloso rendere patologica ogni difficoltà.

Si tratterebbe pertanto di un lavoro specifico e mirato che dovrebbe fare la scuola stessa e che invece è previsto solamente in misura ridotta, e fino a poco tempo fa completamente assente. Nelle linee guida allegate al decreto attuativo della legge 170 ( circolare ministeriale  del 12 luglio 2011 ) si ricorda che “gli insegnanti possono riappropriarsi di competenza educativo-didattiche anche nell’ambito delle segnalazioni di DSA,  mentre l’intervento e l’offerta dell’ ambito clinico, da parte dei servizi pubblici e dei privati,   aveva invece portato sempre più i docenti a delegare agli specialisti esterni, le funzioni proprie della professione docente o a mutuare la propria attività sul modello dell’interventi specialistici, sulla base della consapevolezza della complessità del problema anche a causa delle millantate implicazioni neurobiologiche.

Il problema persiste e la validità di un apporto scolastico diventa sempre più impellente ed urgente e, anche  in considerazione della presenza sempre più massiccia di alunni in difficoltà, diviene sempre più necessario fare appello alle competenze pedagogiche dei docenti curricolari, per affrontare il problema, che non può più essere delegato a specialisti esterni.

Non è certo un PdP  fatto per obbligo di legge e non “sentito” che aiuterà questi bambini in difficoltà. Un protocollo che contiene  misure standard per tutti  in base a cosa?  a percentili di funzionamento? Ma avete preso visione delle scale Wechsler utilizzate per determinare tali percentili, ma chi le ha fatte?Nnon certo dagli esperti dell’educazione, cioè pedagogisti, insegnanti, ma psicologi.

La scala Wechsler deriva da un adattamento di  test fatti da uno psicologo del manicomio Bellevue di Newyork:

Wechsler (psicologo rumeno naturalizzato statunitense,  è stato primario di psicologia al Bellevue Psychiatric Hospital di New York)

La Wechsler Adult Intelligence Scale (o WAIS) è il più noto test d’intelligenza utilizzato in età adulta e applicabile dal sedicesimo anno di età (16-90 anni). Pubblicata nel 1955, è frutto di una revisione dell’originale Forma I della Scala d’Intelligenza Wechsler-Bellevue pubblicata nel 1939”.

La Wechsler Intelligence Scale for Children (WISC) è uno strumento clinico e diagnostico per la valutazione delle abilità intellettuali dei bambini dai 6 ai 16 anni e 11 mesi. Il quoziente d’intelligenza viene calcolato come quoziente di deviazione”.

Noi ci chiediamo , ma deviazione da cosa? Non è più facile che i deviati siano coloro che hanno inventato questi test antiscientifici ed antietici?

Allora gli psicologi  utilizzavano  questi test inventati per fare apparire idioti i migranti del sud Europa che sbarcavano negli stati uniti agli inizi del novecento.

Le sanzioni agli insegnanti non “ubbidienti” alla 170, che si vogliono introdurre con la proposta “Drago”, non servono certo ad avvicinare insegnanti e famiglie nell’azione educativa che dovrebbe essere concordata e comune per il bene  dei piccoli.

A nostro  parere le sanzioni metteranno ancor di più l’uno contro l’altro armati,  allontaneranno ancora di più le due componenti educative per eccellenza, scuola e famiglia, proprio nei confronti di chi ha più bisogno.

E la distanza è già fin troppo grande, chi  lavora della scuola lo vede tutti giorni.

Inoltre, l’Indennità di frequenza contenuta in questa proposta deriva da una legge proveniente dall’ambito dell’invalidità (legge 289/ 90)  istituita  per i deficit sensoriali come la sordità, ora adattata ai “DSA”.

Al posto di diagnosi , stigmi ed etichette varie , APEI propone:

1-  abbassamento del numero di alunni per classe

2-  una seria formazione neuropedagogica per gli insegnanti che formi alla presentazione diversificata dei contenuti di apprendimento per il rispetto delle diverse modalità e dei tempi di apprendimento per tutti e per ciascuno. ( UNESCO Dakar 2001)

3- il mutuo insegnamento e l’apprendimento cooperativo in classe

4- informazioni scientifiche (quindi non psicologiche) sui processi di apprendimento  della lettura e della scrittura, tenendo conto che gli stessi fautori della dislessia ammettono che ambienti educativi idonei impediscono il manifestarsi della cosiddetta “dislessia” ma si rendono conto di cosa asseriscono? Cioè che se io insegno bene a leggere e a scrivere , (come si dovrebbe fare, naturalmente a scuola) non ci saranno cattivi lettori o cattivi scrittori?

Occorre progettare, piuttosto, un ambiente scolastico-educativo, tenendo conto, fin dalla prima infanzia anche delle osservazioni della pedagogia scientifica di Maria Montessori per creare ambienti a misura di bambino, nei quali, i bambini,  possano nutrire la loro mente assorbente e la loro mano “organo dell’intelligenza”  con la “libera scelta” e secondo ritmi e tempi personali. Anche la scienza dà ora ragione a Maria Montessori:  l’ambiente può modificare anche  l’azione dei geni, attraverso il  genoma ( epigenetica) così come gli effetti della plasticità cerebrale, dell’autopoiesi e dei neuroni specchio  sono ormai riconosciuti da tutto il mondo scientifico.

Una grossa responsabilità dell’affossamento della ricerca e sperimentazione scientifico-pedagogica sul processo di insegnamento-apprendimento nella scuola   è, appunto, della legge 170, che con il pretesto del rispetto di millantate diversità neurobiologiche degli studenti, da parte di presunti esperti dell’educazione, obbliga i docenti a misure dispensative, quindi ad autodispensarsi dall’insegnamento, nei confronti degli studenti a loro volta dispensati, dall’usare il proprio cervello, perchè ritenuti incapaci di imparare a leggere e a scrivere o fare di calcolo come gli altri.

( vedasi le critiche alle diagnosi ed al termine di “dislessia” a livello internazionale espresse da approfondite ricerche di psicologi e neuroscienziati in “Dyslexia Debate” a cura di Elliot e Grigorienko)

Certamente occorrono strategie alternative, ma è certo che la dispensa impedisce la ricerca e la sperimentazione di strategie pedagogico-didattiche alternative da parte di insegnanti responsabili e preparati che invece vorrebbero aiutare veramente questi studenti a recuperare le loro difficoltà.

APEI afferma che per  creare le condizioni che aiutino veramente i bambini in difficoltà nel processo di insegnamento ed apprendimento, occorre prima di tutto aiutare anche gli insegnanti ed i genitori che incontrano difficoltà nell’educazione dei figli-studenti e nel loro percorso di crescita, e questo è un compito di chi si è formato allo scopo ossia i professionisti dell’educazione, Pedagogisti ed Educatori e non gli “esperti dei disturbi”. Non possiamo dare la caccia ai disturbi in questi adolescenti all’età di 5 anni. Bambini che chiedono solo maggiore attenzione pedagogica ai loro profili di apprendimento e di inclusione, non dobbiamo dispensarli dall’uso del cervello. Dobbiamo fornire ai docenti ed ai genitori informazioni più corrette sulle possibilità di insegnare a leggere e scrivere e fare i calcoli, con strategie didattiche che richiedono la presenza a scuola di educatori e pedagogisti senza per forza ricorrere a diagnosi di disturbi sempre più precoci e senza sanzionare i docenti coscienziosi e responsabili che cercano di aiutare i bambini a leggere e a scrivere senza rispettare l’obbligo della dispensa da alcune attività didattiche, imposto dalla  legge 170. Dove è finita la libertà di insegnamento? Inoltre si vuole abbassare  sempre più l’età per le diagnosi precoci di presunti disturbi, alla scuola dell’infanzia, ma dove andremo a finire? Nella pancia della futura mamma per trovare i sintomi della cosiddetta dislessia? Si, non è una battuta, ci sono psicologi già all’opera per questo.

APEI dice no alla logica della dispensa e all’ottica del disturbo, si al rispetto dei bisogni-diritti educativi di tutti i bambini. Si al rispetto dei tempi e dei ritmi di apprendimento di tutti e di ciascuno. Riprendiamoci la Pedagogia, l’educazione e la didattica per una seria formazione-informazione pedagogico-scientifica con l’introduzione del pedagogista e dell’educatore nella scuola.

A. Prisciandaro, E. Terracchini

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Fonte Sostegno – Handicap – Orizzonte Scuola

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