Alzheimer, Italia al top in Ue per ricerca, ma dietro nell’assistenza. Nature: “Nel 2018 al via test su primo vaccino”

Un terzo dei casi di demenza, di cui l’Alzheimer è la forma più diffusa, può essere evitato adottando adeguati stili di vita. Evitando, cioè, fumo, inattività fisica, isolamento sociale che può sfociare in depressione, e grazie a una corretta alimentazione, a una buona istruzione, e a una vita di relazione che incida positivamente sull’umore. Lo afferma un report redatto da una commissione della prestigiosa rivista medica The Lancet. I dati sono stati presentati nell’annuale conferenza internazionale sull’Alzheimer, in vista del mese mondiale dedicato alla malattia. Una campagna di sensibilizzazione che dura tutto settembre, nata nel 2012 grazie all’Alzheimer’s disease international (Adi) – associazione legata all’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) che riunisce esperti e volontari di tutto il mondo – e che culmina, il 21 settembre, nella giornata mondiale contro l’Alzheimer, giunta quest’anno alla 24esima edizione (a questo link gli appuntamenti italiani).

“In Italia sono 1,2 milioni le persone colpite da patologie neurodegenerative, di cui 800mila malate di Alzheimer”. Questi i dati di un report redatto a maggio dai neuroscienziati riuniti all’Accademia dei Lincei in occasione del G7 di Taormina, a guida italiana. Le statistiche mostrano che il nostro è un Paese leader nello studio delle demenze. Secondo la federazione Alzheimer Italia, i dati del rapporto “European dementia monitor”, presentato a luglio al Parlamento europeo dall’organizzazione Alzheimer Europe, mostrano che “l’Italia è il Paese più coinvolto nella ricerca tra quelli del Vecchio continente. Siamo, però, ancora indietro nell’accessibilità ai servizi di assistenza – sottolineano gli esperti italiani -, e a questo si deve aggiungere un inadeguato riconoscimento della demenza come priorità di salute pubblica”.

L’Alzheimer è, infatti, una patologia subdola che, a causa della morte delle cellule nervose provocata all’accumulo progressivo e tossico di molecole come la proteina tau e la beta amiloide, offusca la mente e la capacità di un individuo di riconoscere ciò che lo circonda, a partire dagli affetti più cari. Una condizione che, secondo l’Adi, interessa più di 40 milioni di persone in tutto il mondo, destinate nel 2050 a superare la cifra record di 130 milioni. Gli esperti dell’Adi, che citano i dati dell’Oms, sottolineano, infatti, come ogni tre secondi qualcuno nel mondo sviluppi una forma di demenza. Uno “tsunami neurologico” è la definizione scelta dagli studiosi dell’accademia dei Lincei nel loro report per il G7.

“Come ai giorni nostri siamo in grado di prevenire o trattare, grazie a un giusto mix di farmaci e corretti stili di vita, malattie come il cancro, l’Aids e le patologie cardiache, allo stesso modo, in un futuro non troppo distante – spiega Maria Carrillo, una delle scienziate dell’Adi – saremo capaci d’intervenire contro l’Alzheimer e le altre forme di demenza”. In quest’ambito, gli sforzi della ricerca sono concentrati, ad esempio, sulla diagnosi precoce. Secondo gli scienziati, infatti, i sintomi dell’Alzheimer compaiono solo dopo 15-20 anni dall’inizio del processo di deterioramento dei neuroni, quando la patologia ha già provocato la morte di gran parte delle cellule nervose, compromettendo le capacità cognitive e mnemoniche delle persone colpite. Per questo, assume particolare importanza un recente studio dell’università di Bari che, grazie all’intelligenza artificiale, apre la strada alla possibilità di diagnosticare l’Alzheimer dieci anni prima della manifestazione dei primi sintomi.

Un altro filone della ricerca è rappresentato dallo studio della struttura molecolare dei grovigli proteici tossici, il cui accumulo porta progressivamente alla morte dei neuroni. Su questo fronte, nei mesi scorsi, è stato fatto un importante passo avanti: la prima osservazione diretta di questi grovigli, una prima istantanea al microscopio.
Un traguardo che potrebbe aprire interessanti scenari terapeutici. Secondo quanto indicato in uno studio pubblicato su Scientific Reports, rivista del gruppo Nature, “nel giro di tre anni potrebbe essere disponibile il primo vaccino per l’Alzheimer”. La ricerca è condotta dalla Flinders University di Adelaide, in Australia, in collaborazione con l’University of California e l’Institute of molecular medicine californiano. Il vaccino andrebbe a colpire le proteine tossiche che bloccano e danneggiano i neuroni, intervenendo nello stadio iniziale della malattia. I primi test sull’uomo, secondo gli autori della ricerca, dovrebbero partire nel 2018.

Lo studio su Nature

L’abstract dello studio di The Lancet

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Davide Patitucci

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