Agopuntura: perché è efficace e inutile – Parte II

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Nello scorso post si era aperto un vivace dibattito sull’agopuntura. Come il solito, c’è chi ha commentato che ogni tanto mi dovrei occupare anche delle malefatte delle case farmaceutiche, e non solo delle medicine alternative. Nel mercato del farmaco non operano solo Onlus benefiche: le imprese private perseguono il profitto, come altre attività umane, ed è corretto che il lavoro sia retribuito. Ci sono migliaia di persone che applicano il metodo scientifico al fine di fornire farmaci efficaci e utili. Non si può mettere tutto questo sullo stesso piano di chi ti vende una boccettina d’acqua, caramelle con presunte proprietà magiche o chi formula ipotesi mai verificate come i flussi di energia vitale. C’è chi si è occupato degli scandali riguardanti le case farmaceutiche in modo corretto e documentato, come Peter Gøtzsche, autore di un libro su come spacciare per utili alcune medicine poco efficaci o dannose.

In quali aree ci sono le criticità maggiori? Non a caso proprio riguardo ai farmaci del sistema nervoso centrale. Verificare se un antibiotico stermini i batteri o un vaccino stimoli una risposta anticorpale è relativamente semplice rispetto a valutare un medicinale che dovrebbe curare la depressione o altre condizioni che prevedono la misurazione di una risposta soggettiva.

Nel caso dell’agopuntura ci sono delle pubblicazioni che ne attestano l’efficacia, guarda caso soprattutto riguardo a situazioni nella quale la sofferenza è difficile da quantificare, come il controllo del dolore. L’argomento a questo punto diventa (solo un poco) complesso, ma se vogliamo capire le presunte truffe delle case farmaceutiche, dobbiamo partire dall’Abc. Serve uno sforzo (piccolo).

Un parametro molto utilizzato (e abusato) per valutare l’efficacia di un trattamento è il p-value. Il suo calcolo può essere complesso, ma semplificando molto (troppo?) si potrebbe dire che se il valore del p-value ottenuto in un dato esperimento è piccolo (minore di 0.05) allora è improbabile che i dati siano stati ottenuti “per caso”. Il punto chiave è che non è sufficiente dire “c’è una correlazione non casuale” per dimostrare l’esistenza di un fenomeno. In tutti i campi della scienza, l’interpretazione e la lettura critica dei dati è fondamentale. Se ritorniamo all’agopuntura, vediamo che una recente revisione di diversi studi ha quantificato l’efficacia dell’agopuntura misurando la diminuzione della frequenza del mal di testa secondo standard accettati in ambito medico.

La riduzione osservata è stata del 52% con l’agopuntura tradizionale, e del 43% con la sham acupuncture, una tecnica che impiega aghi retrattili. Quest’ultima strategia è utilizzata per simulare una “agopuntura placebo”. Un esperimento in “doppio cieco” è difficilmente realizzabile. Data la numerosità del campione, si può dire che c’è stata davvero un’evidenza di efficacia, anche se di entità moderata e per un tempo limitato (gli studi si protraggono per periodi brevi). È perciò corretto dire che un suo effetto, l’agopuntura l’ha davvero. Questa entità è però decisamente piccola (9% su una scala di 100%).

La spiegazione più semplice e logica per gli effetti benefici in questo caso è il semplice effetto placebo, il quale è maggiore nel caso dell’agopuntura tradizionale rispetto alla “sham acupuncture”. Questa (minima) efficacia è forse imputabile alla stimolazione della pelle. In pratica, una specie di massaggio.

Bisogna rimarcare che si parla di effetti modesti e soprattutto non certi (livello di evidenza moderata, secondo i ricercatori) perché i fattori confondenti sono tanti. Se valutassimo l’agopuntura applicando gli stessi standard utilizzati per i farmaci da parte del servizio sanitario nazionale, difficilmente se ne potrebbe giustificare il rimborso.

Bisogna prestare molta attenzione quando si presentano come evidenze semplici correlazioni statistiche su ipotesi fantasiose, le quali da sole non sono sufficienti a dimostrare nulla. Tramite l’analisi di sottogruppi restringendo in modo arbitrario un campione, potremmo arrivare a “provare” addirittura che un medicinale (magari omeopatico) possa essere tre volte più efficace per i nati sotto il segno della bilancia rispetto a quelli dello scorpione o peggio che ci sia un’inesistente correlazione tra vaccini e autismo, considerando solo i bimbi maschi, neri e vaccinati nei primi 36 mesi di vita. Questa è la tesi farlocca sostenuta da uno pseudodocumentario che qualcuno voleva proiettare addirittura in Senato.

Insomma, le strategie per dimostrare l’efficacia delle cosiddette “medicine alternative” o peggio sconsigliare i vaccini sono simili a quelle impiegate (in modo molto più raffinato) dalle case farmaceutiche per vendere medicinali poco o per nulla utili. È da rimarcare che un approccio di questo tipo non prevede alcuna falsificazione dei dati, ma semplicemente un’interpretazione ingannevole. Si presenta un qualsiasi articolo scientifico, possibilmente con tanti numeri, lanciando affermazioni del tipo “legga qui, ecco le prove”. Ovviamente, gli interlocutori generalmente spariscono quando si chiede di spiegare in modo semplice dove sarebbero queste (presunte) prove.

Se l’agopuntura può essere di sollievo per qualcuno, questa può essere considerata un’opzione terapeutica. Ovviamente, solo se praticata da un medico che rispetti standard adeguati e nel caso di una condizione seria ricorra alla medicina efficace. Se qualcuno ha solo la necessità di sentirsi ascoltato e coccolato, meglio un consulto da un agopuntore rispetto a un omeopata che poi prescrive acqua e zucchero a prezzi esorbitanti. Rimane la domanda di quanto sia opportuno pagare qualcuno per farsi ingannare. Finché non si chiedono soldi pubblici, la libertà di curarsi e quella di scrivere su un blog sono ugualmente da rispettare.

L’articolo Agopuntura: perché è efficace e inutile – Parte II proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Marco Bella

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