AESPI. Quel pasticciaccio brutto delle impronte digitali

Dobbiamo però convenire che sulla questione delle impronte digitali, previste dal “DdL concretezza” già approvato alla Camera, hanno ragioni da vendere, ed ha ragione in particolare l’ANP che parla con la voce del suo presidente Giannelli.

Non ha senso, infatti, concedere agli ex presidi la Dirigenza e allo stesso tempo legarli ad una pratica impiegatizia, per giunta in una forma oggettivamente umiliante come quella delle impronte biometriche.

Lo status dirigenziale, piaccia o non piaccia, è svincolato da un rigido orario di lavoro, e valutabile in ragione del raggiungimento di una serie di risultati, e ciò non solo nella scuola, ma in tutta la PA. Quindi, o si contesta tale assetto in nome della figura del Preside primus inter pares, prospettiva a nostro parere giustissima ma con poche prospettive di realizzazione, o si deve accettare che i DS siano svincolati dall’orario di servizio.

Per differenti motivi noi di AESPI avevamo contestato la ventilata – e poi fortunatamente messa nel cassetto – ipotesi di utilizzare questo genere di controllo per i docenti. Ci sembrava infatti una misura di sapore ingiustamente punitivo in un momento in cui gli insegnanti sono sottoposti a pressioni enormi senza le armi giuridiche per sostenerle, e inoltre inutile perché, così pure argomentavamo, le loro assenze e gli stessi ritardi sono già prontamente segnalati dallo strepito degli studenti quando rimangono padroni del campo.

Dato ai dirigenti ciò che ai dirigenti compete, ci tocca contestare l’affermazione del Ministro per la Pubblica Amministrazione Giulia Bongiorno, secondo la quale per i docenti il provvedimento sarebbe inutile perché assenze e ritardi sarebbero già segnalate dalla compilazione, o mancata o ritardata compilazione, del registro elettronico. Se il Ministro avesse chiesto lumi non si dice a uno spin doctor del Ministero, ma al primo insegnante che passava per strada, colui le avrebbe spiegato quello che ora andiamo ad esporre.

In primo luogo, non ci risulta una norma che attribuisce al RE tale funzione. Ma, ammettendo che essa esista, vi sono alcune condizioni di natura pratica che ostacolerebbero tale funzione. In primo luogo, il RE funziona ove funziona la connessione. Ove essa non funziona (e il caso è frequente), il RE è inutilizzabile. Dove funziona male (e il caso è frequentissimo) la situazione è anche peggiore, perché mentre nel primo caso il docente si rende conto subito di non poter procedere alla compilazione e passa alla lezione o alle interrogazioni, nel secondo tenta disperatamente di procedere, a singhiozzo e in tempi spesso lunghissimi. Tale condizione ha a sua volta due nefaste conseguenze. In primo luogo vi è una contrazione del tempo di lezione e apprendimento, che in fin dei conti costituiscono il motivo principale per cui egli si trova a scuola, in secondo luogo il fatto che mentre il docente si accanisce disperato sul tablet o sul cellulare, non può monitorare la classe. Se si considera che ciò avviene di norma nel cambio dell’ora, cioè nel momento più delicato per la disciplina, si può comprendere a quali conseguenze può condurre questa forzata disattenzione. Piccoli problemi, commenterà qualche lettore. No, sono piccoli solo per chi non conosce la scuola, o per chi si è dimenticato che la scuola vive proprio di piccole cose, che però nell’andamento dell’attività didattica hanno un grande peso. E l’ingresso dell’informatica nelle nostre aule, se può essere un utile supporto, sotto questo profilo può incrementare le difficoltà: si pensi ad esempio a una lavagna interattiva che cessa di funzionare nel mezzo di una lezione che ne richieda l’ausilio.

In conclusione: grazie al Ministro Bongiorno di non aver trasformato gli insegnanti in galeotti, anche se lo ha fatto per il motivo sbagliato. Galeotti essi lo sono già, per tanti aspetti, e non era necessario aggiungerne uno ulteriore. Quanto ai DS, pur sapendo che essi sono ben contenti di avere a scuola una massa di insegnanti-impiegati dalla quale trascegliere i loro favoriti, non li ripaghiamo della stessa moneta e auguriamo loro di cuore di evitarsi questo umiliante e soprattutto ingiusto rituale.

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Fonte Orizzonte Scuola

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