Aespi: più ombre che luci nella scuola targata Lega

Noi di AESPI riteniamo di no. In verità il ministro Bussetti può segnare al suo attivo, a nostro avviso, qualche buon colpo. Per esempio l’aver tolto di mezzo l’assunzione diretta dei docenti da parte dei Dirigenti, pratica in linea con la visione aziendalistica della scuola comune a Forza Italia e al Partito Democratico, o di aver limato le unghie all’INVALSI e con esso alla “paranoia valutativa” dei docimologi ministeriali.

Ma, a parte questi e pochi altri soavi colpi di pollice, cosa è cambiato? Cosa è cambiato, vogliamo dire, nell’attività scolastica quotidiana, nel lavoro di classe, nella relazione docente-alunno, insomma nel come-vogliamo-chiamare ciò che della scuola è l’essenza? Facendo un discorso terra-terra, e mettendo dunque da parte il didattese coi suoi mostriciattoli lessicali, poniamoci le seguenti domande: risulta a qualcuno che gli insegnanti siano oggi più appagati (o meno inappagati) dal loro lavoro? Che le ore di lezione siano ragionevolmente fervide di attività e ragionevolmente ordinate? I ragazzi si impegnano di più, e i risultati si toccano con mano? La disciplina è migliorata? Le famiglie sono schierate spalla a spalla con gli insegnanti nell’azione educativa? Le scuole non sono più centrali di spaccio e consumo? Poiché, al netto dei dotti interventi di pedagogisti e didattologi, è su queste semplici cose – certo non semplici a realizzarsi – che si misura un miglioramento dell’istituzione, se effettivamente c’è stato.

E in mancanza di statistiche (che in ogni caso andrebbero interpretate) non resta che affidarsi all’esperienza propria e a quella riferita dai colleghi, agli spunti della cronaca, agli interventi dei pochi intellettuali che capiscono di scuola (Lodolo D’Oria, Risè e pochi altri). Ebbene, cosa dicono queste fonti? Dicono che in moltissime classi di moltissime scuole il problema non è quello di riuscire a fare lezione, ma di riuscire a “fare qualcosa” (film alla LIM, uscita in giardino, questionario, gioco psicologico …) in modo tale che il tempo scuola trascorra, e infine la campanella suoni, senza danni fisici cospicui e susseguenti citazioni in giudizio. Dicono che l’obbiettivo didattico da porsi in prima superiore è ancora la “scolarizzazione”, cioè in sostanza che lo studente capisca che deve portarsi da casa libro quaderno e penna, e stare seduto al banco, ed evitare insulti e minacce al docente. Dicono che l’immissione massiccia nelle classi di alunni stranieri ha precipitato il livello degli studi in un autentico baratro. Dicono infine che la marea di insegnanti di sostegno, psicologi, educatori, docenti di Italiano L2, tutor, councelor e quant’altri, pur se vantaggiosi per chi cerca lavoro, non produce effetti apprezzabili in ordine al proficuo svolgimento della lezione.

Che la strada giusta sia quella che molti pensano ma pochi osano dire, cioè quella di restituire alla figura del docente la dignità che è stata progressivamente demolita dal ’68 in avanti? E conferirle adeguati mezzi e strumenti – valutativi e punitivi – di governo della cattedra affidatagli? Proprio questo in verità ci si aspettava da un governo di Destra, e onestamente finora non si è visto.

Lo si tace, si finge di non saperlo, e si almanaccano espedienti quali la “didattica per competenze”, la “classe capovolta” e simili follie le quali, a meno di credere nell’omeopatia, non sono la medicina ma la malattia.

Ma la scuola non può fare a meno di quella che – pur con tutto il rispetto per la persona del discente – rimane una relazione gerarchica. Questa è la scuola, piaccia o non piaccia. Tutto il resto è INVALSI.

Alfonso Indelicato – Responsabile della Comunicazione AESPI

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