Abilitazione e concorsi, teatro dell’assurdo! Lettera

Ogni governo ha l’abilità di apporre una firma d’artista sul mondo della scuola e quest’ultimo non ha fatto eccezione. Nel 2014 è stato indetto l’ultimo tfa abilitante (il tfa sostegno aperto nel 2019 è, difatti, un titolo di sola specializzazione). Da allora tutte le procedure concorsuali sono state riservate agli abilitati, senza la creazione di nuovi percorsi per chi aspirasse all’insegnamento. Nel 2017, tuttavia, una certezza è stata data: si apriva l’era del FIT, per il cui accesso era richiesta l’acquisizione dei fantomatici 24 cfu, ottenibili per chi già incoronato di alloro alla modica somma di 500 euro, mentre gli studenti universitari avrebbero potuto inserire gratuitamente nel piano di studi le nuove materie, posticipando i tempi della laurea. Il ridicolo di questo provvedimento non ci ha evitato la necessità di dover accondiscendere al nuovo mercimonio di titoli.

Da un anno il ministro Bussetti annuncia il “concorso ordinario” (sulle cui prove, poche e nebulose sono le informazioni) che avrebbe scalzato il fit nell’ottica di una semplificazione. Ad oggi, l’unico provvedimento in via di discussione è il cosiddetto “decreto salva-precari”, nuova perla di gloria e fiore all’occhiello del Miur. Si distinguono due classi di precari con 3 anni di servizio, una aurea e l’altra argentea. La prima è costituita da coloro che hanno maturato negli ultimi otto anni 3 anni di servizio alla scuola pubblica; la seconda da chi quegli anni li ha conseguiti tra private paritarie e pubbliche.

Per la classe aurea sarà bandito un concorso straordinario; per la classe argentea un percorso abilitante speciale, il risorto pas. Insomma, nell’ottica della “semplificazione” si crea una procedura concorsuale dalla quale si escludono docenti che saranno i nuovi abilitati di domani e per i quali presumibilmente sarà bandito un nuovo concorso specifico con allungamento di tempi e procedure, in una visione ben lontana dallo stato di urgenza lamentato nelle scuole.

Al contempo si promette un concorso ordinario aperto a tutti coloro che abbiano i 24 cfu, ai quali andranno la metà dei posti disponibili e non riservati ai titolati del concorso straordinario, non chiarendo assolutamente come dovrebbe collocarsi la suddetta selezione rispetto al nascente embrione dei prossimi docenti PAS.

Mentre il M5S si batte perché il “salva-precari” preveda esami più severi, nessuno riflette sul sublime paradosso a cui si sta dando forma: continuano a non essere definite vie univoche e prassi standardizzate per l’abilitazione all’insegnamento. Dopo 4 anni dalla conclusione dell’ultimo tfa (soggetto, ovviamente, all’arbitrio dei singoli atenei, in mancanza di esami uguali per tutti) l’unica via ad oggi per ottenere l’abilitazione è avere alle spalle almeno 3 anni di esperienza da insegnante non abilitato. È un sistema che non combatte, ma ratifica l’attuale caotica sovrapposizione di normative e il valzer delle supplenze, tanto deprecato, ma assolutamente necessario alle segreterie scolastiche per mantenere in piedi una macchina ben lontana dall’essere ottimizzata. Se fosse questo l’obiettivo, infatti, si creerebbero corsi di formazione che forniscano validi strumenti e al termine dei quali si prevedano esami selettivi a scadenze regolari. Non si continuerebbero ad annunciare sull’onda dell’ispirazione momentanea nuovi tfa o pas o fit o qualsiasi sigla stuzzichi di più le menti dei ministri, con esami che verificano in ingresso le competenze per le quali dovrebbero formarti e che non sarai certo dispensato dal pagare.

L’attuale crisi di governo genera un nuovo alone di incertezza e i propositi del ministero potrebbero essere mantenuti, annullati o posticipati. Dubito, tuttavia, che il teatro dell’assurdo nel quale da anni siamo coinvolti troverà una efficace risoluzione.

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