A settembre, costi quel che costi, i nuovi Dirigenti Scolastici dietro una scrivania. Lettera

inviata da  Luisella Di Maio – Uova con sorpresa gentilmente offerte ai candidati dell’ultimo concorso per Dirigenti scolastici dai funzionari di viale Trastevere.

Travolti dall’onda lunga delle istanze di accesso, i burocrati del Miur hanno finalmente dichiarato cessata la consegna del silenzio. Ammessi – e non – potranno prendere visione su Polis – istanze on line – dei loro elaborati, a partire dal prossimo 8 maggio.

Qualcuno, di certo, avrà tirato un sospiro di sollievo. C’è, tuttavia, poco da sfregarsi le mani, dati gli intoppi a catena, registrati nell’ultimo tratto del gran tour d’Italy. Abbottonati i sindacati, mute le associazioni di categoria, stranamente rimasta senza parole la politica, è il silenzio agghiacciante di una landa desolata e affollata a rivelare proprio ciò che vorrebbe tacere.

Eppure, gli aspiranti dirigenti – quelli ammessi e quelli eliminati – avrebbero dovuto tornare in possesso dei propri lavori, già all’indomani della data di scioglimento dell’anonimato. Trenta, lunghissimi giorni sono trascorsi da allora, ma nulla è successo, pur essendo tutto successo, con buona pace delle norme, dei regolamenti e di chi osa soltanto azzardarsi a invocare la divina, imperturbabile Trasparenza.

Bocche serrate e portoni sprangati, dunque. è questa, per tutti, la linea di condotta da seguire. Trenta giorni di ritardo? Soltanto? L’accelerato di Battipaglia dei celebri fratelli Caponi che siamo noi – c’è da giurarci – avrebbe impiegato molto, ma molto di più.

In pegno del supplizio dell’attesa, nel giorno della passione e morte di Gesù Cristo, il Miur, con un blitz a sorpresa, ha lanciato in pasto alla calca inferocita degli aspiranti dirigenti – esclusi e non – ben quattro verbali, contenenti informazioni preziose, circa le operazioni preliminari di correzione delle prove scritte.

Si abbia ora, qui e adesso, la sfrontatezza di dire che questa non è Trasparenza. Si tratta, in realtà, di un balsamo per l’anima, un vero toccasana, con cui placare attese e tormenti. Il malloppo di file, debitamente zippato, ha – almeno all’apparenza – tutta l’aria di essere ciò che intende essere: una selezione pudica e innocente di resoconti e documenti. Peccato, si lasci tradire dalla fretta con cui i candidi fogli sembrano essere stati messi insieme, quasi fossero stati riesumati dal magmatico, caotico mare magnum di involucri e scatoloni, cui allude proprio uno dei verbali pubblicati: quello datato, appunto, 26 marzo. I pacchi – dicono senza tema le carte – sono stati recapitati a via Morosini, provenienti dagli Uffici scolastici regionali dell’intera Penisola.

Rapanui, l’ombelico del mondo. Il resto della documentazione – a fronte, una data vergata a penna recita 25 gennaio – ragguaglia genericamente circa i criteri di correzione delle prove scritte, accompagnandosi ad altrettanto generiche griglie di valutazione. Chiude la serie una lunga annotazione: informa sui tempi e le modalità di svolgimento delle prossime tappe del concorso, ma suona, sotto sotto, come un lagnoso, patetico caher de doleances.

Cronaca di un colpo al cuore più o meno annunciato, sebbene le note struggenti non siano state ancora suonate. Arrivano adesso, mettendo mano non alle corde dell’arpa, ma a quelle di un pallottoliere. Frusciano tra le pile imponenti di fogli, buste e scartoffie da leggere e vistare. Aleggiano, come eco lontane, tra voti da assegnare, codici da attribuire e somme da tirare. Attenzione, ora è severamente vietato sbagliare.

Allora, proviamo a dipanare il groviglio dei fili daccapo. Se cinque – i quesiti – più due – i questionari in lingua straniera – dà sette, sette – gli elaborati – per novemila – i candidati – fa sessantatremila: sessantatremila elaborati, giusto?

È giusto, certo, ma è roba da far strabuzzare gli occhi anche ai componenti delle trentotto commissioni, nominate dalla cima dell’Italia sino al tacco, isole incluse, all’occorrenza. Si rimetta mano al pallottoliere, prego, perché – purtroppo – i calcoli non sono ancora terminati. Alle moltiplicazioni – come quella dei pani e dei pesci – puntualmente tengono dietro le divisioni.
Ambarabà ciccì coccò, tre civette sul comò, che facevano l’amore con la figlia del dottore… Dunque, se cinque quesiti più due questionari fa sette elaborati e sette elaborati per novemila candidati fa sessantratremila elaborati, sessantatremila elaborati diviso trentotto commissioni fa mille e ottocento elaborati per ciascuna commissione.

Già, milleottocento testi, milleottocento quesiti, che ogni gruppo di lavoro ha dovuto sciropparsi nell’arco di un paio di mesi o giù di lì, lavorando giorno e notte, notte e giorno, senza indugio e senza sosta, senza gloria né ristoro.

Altro che casatiello. Sullo stomaco di ciascuno dei poveri, malcapitati commissari messi in croce, il cinghiale Brioschi avrà ballato la tarantola assieme a tutta la nidiata dei suoi cinghialotti, osando solo immaginarla un’ulteriore, equa distribuzione, per alleviare le fatiche. E si badi che le femmine dei cinghiali sono prolifiche assai.

Allora, riprendiamo daccapo il filo del discorso. Se – come si è detto – i cinque quesiti più i due questionari fa sette elaborati e i sette elaborati per novemila candidati fa sessantratremila elaborati, i sessantatremila elaborati diviso trentotto commissioni fa milleottocento elaborati. Ma milleottocento – gli elaborati – diviso tre – i componenti di commissione, lasciando da parte il presidente – fa o non fa seicento?

Oh, finalmente – esclamerebbe Totò – adesso sì, che si può cominciare a ragionare. Ma il bandolo della matassa, balordo, prende bruscamente altre strade. Infila, zigzagando tra fantasticherie e assurde congetture, la via della malevola supposizione. Percorre labirinti, tenta scorciatoie, si infila tra intrepidi cunicoli e profonde gallerie. Di schianto, repentinamente, si ferma, come diventato di sale, posto muso contro muso a quel numero – seicento – che non sa di cabale, né smorfie.

Ambarabà ciccì coccò, tre civette sul comò, che facevano l’amore con la figlia del dottore, il dottore si ammalò, ambarabà ciccì coccò …

Eureka, ho trovato, perché no? Se la modalità random – quella appunto prescelta dal Miur per la correzione degli elaborati – garantisce la trasparenza delle operazioni, affidando al Caso la sorte di ciascun candidato, perché non assegnare a ciascun commissario un pugnetto di compitini da correggere e valutare? Può farlo magari in autonomia, tra una telefonata e un pasticcino, uno sbadiglio e un pisolino, sprofondato nella poltrona di casa o annoiato davanti alla scrivania dell’ufficio … .
Sogni di visionari aciduli e maliziosi: la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità … .

Intanto, dai verbali chiaramente si evince che le correzioni delle prove sarebbero dovute avvenire un po’ qua e un po’ là. In non pochi casi, genericamente si indicano nomi di città: Catania, Milano, Bologna, Roma, Udine e così via. Poco importa, poi, se sotto una pensilina, alla fermata del tram o sopra la giostra di un luna park.

Parigi val bene una messa. Le griglie di valutazione? Un capolavoro di architettura per strutture volatili, ci sia consentita la definizione, opera di fini intelletti ed ingegni inoppugnabilmente nostrani. Indicatori, descrittori, livelli si articolano senza dare granché peso a criteri o motivazioni di sorta. Generosi bisogna essere, di manica larga, molto larga.

Ne va dell’efficacia, dell’efficienza e dell’economicità della Pubblica Amministrazione. A settembre – costi quel che costi – i neo dirigenti dovranno trovarsi tutti, allineati e coperti, ai posti di combattimento. Poco importerà se pasticceranno con sintassi, punteggiatura e ortografia. Importante è che sapranno sciorinare, senza senso e senza tempo, la litania delle norme che hanno mandato a memoria breve. Dopotutto, scrivere e parlare correttamente occorre a chi osa ancora pensare criticamente, non a chi ha da imparare in fretta a dire signorsì.

Salvatori della Patria in pericolo, avanti tutta. È il Paese che vi implora a mani giunte, in ginocchio, davanti alle coste grasse di pioggia e di vento della selvaggia Sardegna.

Quale sarà stato, infine, il sacrificio, per ripescare tutti e tremilasettecentonovantacinque superstiti, scampati al naufragio dopo la burrasca? Un regolamento, appena quello, che oggi galleggia, sbiadito dall’oblio e dalla tempesta, tra i relitti di un transatlantico affondato dal soffio di una cerbottana: un’allerta meteo, che avrà alitato, possente, su un gioco a lume di candela.

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Fonte Orizzonte Scuola

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